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La sinistra che vuole continuare a perdere

Di quale pasta è fatto il Pd?

No Berlusconi day”, un’altra occasione offerta al Cav.

di Enrico Cisnetto - 07 dicembre 2009

Se è vero, come è vero, che Berlusconi vuole le elezioni anticipate, abbinando le politiche alle regionali, il più grande aiuto che abbia potuto ricevere nel perseguire questo obiettivo è rappresentato dalla manifestazione a favore della caduta del governo in programma per oggi a cura del fronte che ha fatto dell’antiberlusconismo la sua ragione di vita.

Niente di meglio del “No Berlusconi day” può offrire il destro al Cavaliere per apparire vittima di una persecuzione e far immaginare che un Grande Complotto – cioè un filo rosso che lega la sinistra, i giustizialisti di ogni risma fino ad arrivare alla signora Lario e a Fini – lo voglia non solo sfrattare da palazzo Chigi ma farlo fuori politicamente, giudiziariamente e patrimonialmente. E le vittime dei complotti, si sa, riscuotono sempre la simpatia del grande pubblico, e nessuno meglio del Cavaliere è capace di recitare quella parte e cavarci tutti i vantaggi del caso. Quantomeno, finora ne ha dato ampia prova.

Ma proprio per questo, è davvero incredibile che i suoi avversari – che a questo punto viene da definire presunti – continuino a regalargli questi assist: o sono in malafede, nel senso che sono stati al gioco di quello che loro stessi definiscono il Grande Corruttore, oppure sono (politicamente) imbecilli. Tertium non datur. A meno che non si chiamino Di Pietro e soci, cioè gente senza alcuna consistenza politica, che allora un loro preciso tornaconto a praticare l’antiberlusconismo l’hanno avuto e continuano ad averlo, quello di lucrare un posizionamento politico che altrimenti non avrebbero.

No, io mi riferisco alle sinistre degne di questa definizione, tanto quella radicale quanto quella riformista, che hanno finito con l’annullare la loro identità – e conseguentemente perdere voti – per assumere il loro di antagonisti di Berlusconi. Riuscendo nel capolavoro non solo di regalare la vittoria elettorale al centro-destra ma di creare un bipolarismo malato, basato esclusivamente sulla contrapposizione alla figura di Berlusconi, di fatto padrone di uno schieramento e unico collante che tiene insieme l’altro.

Naturalmente qualche eccezione c’è, per fortuna. Mi riferisco, per esempio, a Enrico Letta, che in un’intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa ha spiegato che il suo Pd non deve essere antberlusconiano, quantomeno nell’accezione che finora si è data a questo modo di fare politica. Così come mi riferisco alle valutazioni leggibili sul Riformista espresse da Marco Follini, da Chicco Testa, da Peppino Caldarola.

Peccato, però, che il buon senso condensato nell’affermazione di Letta sul fatto che è legittimo che Berlusconi si difenda “nel processo e dal processo” abbiano subito suscitato una levata di scudi, compreso anche da parte di chi ha sempre mostrato di avere acume politico come Rosy Bindi. Inducendo Bersani a indulgere ancor più al suo già naturale cerchiobottismo. Dal neo-segretario del Pd, infatti, non è venuta una parola chiara su come intende fare opposizione.

E’ vero, non ha aderito alla manifestazione di oggi, ma solo in nome del fatto che il Pd non partecipa a iniziative altrui, per cui, di fatto, non se n’è politicamente dissociato. Anche perché sa che molti dei suoi saranno presenti, quantomeno in spirito. E non vuole fratture. Lo stesso motivo per cui non ha chiarito in sede congressuale, neppure dopo essere stato eletto segretario, il rapporto tra Pd e Idv, pur essendo stato Bersani tra coloro che certo non appoggiarono la scelta filo-Di Pietro di Veltroni nella campagna elettorale del 2008. Perché, caro Bersani, non hai difeso Letta dagli attacchi che gli sono stati rivolti? Perché, una volta per tutte, non chiarisci di quale pasta è fatto il tuo Pd, anche a costo di pagare il prezzo di qualche defezione?

Ragionevolmente il Pd può essere due cose: o la casa della sinistra, quella vera e seria, e allora non capisco cosa si aspetti a tendere la mano a Bertinotti – che, non a caso, non è mai stato neanche per sbaglio antiberlusconiano – oppure la casa dei riformisti, in cui prevale l’ancoraggio liberaldemocratico, che si posiziona al centro dello scacchiere politico e costruisce l’alternativa a Berlusconi (o meglio, a questo punto, il dopo-Berlusconi) puntando su un programma di riforme strutturali rigorosamente lontane dal populismo di molta parte del Pdl e dal conservatorismo autarchico della Lega.

Nell’uno come nell’altro, non ci sarebbe minimamente spazio per derive giustizialiste e demagogie ciarlatanesche. Peccato che fin qui il Pd, tanto quello veltroniano quanto finora quella bersaniano, non sia stato né l’una né l’altra cosa. Ma un tentativo, stile Ulivo, di mettere insieme le diverse opzioni, senza preventiva chiarezza politica e programmatica.

Un assemblaggio che, inevitabilmente, ha finito con l’avere come unico strumento aggregante l’antagonismo verso Berlusconi. Che può anche rivelarsi sufficiente a vincere (1996) o quasi (2006) le elezioni ma che certo non consente di mettere in campo una convincente capacità di governare. Condannando il Paese ad una alternanza inutile tra due coalizioni prive di cultura e di programmi di governo. Buona manifestazione, antiberlusconiani dei miei stivali.

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