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Bersani vs Bersani

Di garanzia, di scopo o di unità, basta che sia un governo

C’è un solo modo per far nascere un governo che non sia peggiore di nessun governo: sommare i voti del Pd a quelli del Pdl.

di Davide Giacalone - 25 marzo 2013

Pierluigi Bersani ce la può fare. Anche perché conosce bene il suo principale avversario: Pierluigi Bersani. Attorno al suo nome potrebbe coagularsi una maggioranza, ma a condizione che sia la stessa poi destinata a eleggere il presidente della Repubblica e impostare le urgenti riforme costituzionali. Cioè a condizione che Bersani inverta la rotta. Le “consultazioni” sono la cosa più inutile del mondo, perché le posizioni di ciascuno sono note, ma vedo che il miglior perdente ha chiesto di ascoltare i supposti rappresentanti del mondo produttivo e del lavoro, prima dei politici. Ovviamente non potranno dirgli nulla che già non sappia (si spera), ma lui potrà utilizzarli per sostenere: sono loro che mi hanno chiesto di superare ogni egoismo di bandiera, per dare subito un governo al Paese, ed è a loro che rispondo positivamente, cercando i voti nell’unico posto dove posso trovarli.

La fantasia può sbizzarrirsi nell’inventare formule, battezzare i governi con nomi privi di attinenza costituzionale, scovare persone incredibili per presiederli. Ma il nocciolo rimane uno e uno solo: è ipotizzabile un esecutivo che si regga grazie ai voti determinanti del ribellismo ortottero e pauperista, reclamante referendum sull’euro? No, non si può. Mettere in dubbio la permanenza dell’Italia nell’Unione monetaria europea è il modo migliore per vederci addebitate le colpe di tutti, il che sarebbe ulteriormente stupido nel momento in cui, finalmente, si aprono crepe nel monolite germanocentrico. E, comunque, ove mai si ritenga lussurioso farsi del male, i grillini non solo continuano a ripetere che non se ne parla, ma godono sadicamente a dimostrare quanto siano allocchi quelli che corrono loro appresso: a ogni trovata demagogica, piacionista, ispirata a zuccheroso e falsissimo buonismo, essi rispondono ghignando che è troppo poco e ci vuole di più. In fondo hanno ragione, se a taluni piace andare al guinzaglio è giusto che anche abbaino.

E allora? Allora c’è un solo modo per far nascere un governo che non sia peggiore di nessun governo: sommare i voti del Pd a quelli del Pdl. Ogni altra ipotesi, una volta accantonata l’idea di consegnarsi al frinire della decrescita, è impedita dall’aritmetica. Si può immaginare di staccare la Lega dal Pdl, o qualche gruppo di deputati da chi li ha eletti? Si può immaginare tutto, ma così si comporrebbe un esecutivo destinato esclusivamente a sopprimere chi ne farà parte. Un tripudio di scilipotismo, posto che l’originale portò largamente (e prevedibilmente) sfortuna a chi pensò di giovarsene. La via maestra è quella dell’accordo schietto. Gliecché, però, i due partiti non sono in grado di fare accordi. Campano negandosi a vicenda, talora a turno. La cosa comica è che il governo in carica (oramai in stato avanzato di putrefazione) si è retto, per un anno, esattamente su quella convergenza di voti. Bersani reclamò quel governo come un merito, ora gli repelle come orrido. Se nel suo partito non sono più in grado di fare politica, almeno chiamino un esorcista, per rimediare alla doppia anima: esci da questo corpo!

Dopo di che, possono chiamarlo come credono. La nostra Costituzione parla solo della “nomina” del presidente del Consiglio, che compete a quello della Repubblica. Il resto, con il corredo di mandati esplorativi, di decantazione, pieni, condizionati e via dicendo è prova dell’umana inventiva. Così anche i governi di scopo, di sicurezza, d’unità nazionale, fino al fenomenale “della non sfiducia”, sono solo il modo per non mettere nel nome quel che tutti vedono nella sostanza. Di “Concordia” no, per favore, che poi si candida Francesco Schettino. Abbiamo già Giulio Terzi.

Qualsiasi governo, oggi, comunque lo si identifichi, è escluso che possa dedicarsi a una sola cosa. Ne ha una caterva d’incombenti. Posto che il nocciolo è quello descritto, nessuno creda che guadagnando tempo se ne risolve la durezza. Anche perché la prova del fuoco arriva subito dopo: se la (ipotetica) neomaggioranza si tirasse coltellate nella schiena, durante la gara per il Colle, il governo sarebbe già finito. E’ ovvio che dopo tanti anni di bipolarismo immobile e improduttivo non è una gran figura l’essere nuovamente costretti all’accordo fra presunti duellanti. Ed è ovvio che questa prospettiva consolida la rendita di posizione grillina, buona a negare e forsennata nel proporre. Tutto ovvio, ma la sola alternativa sarebbero nuove elezioni, in una viziosa accademia del cimento: provando e riprovando. Almeno in questo vale la pena di somigliare più alla Germania della grande coalizione che non alla Grecia del rivoto (per poi fare la grande coalizione).

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