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Il voto per delega? Un falso problema

Demolizione parlarmentare

Indietro non si torna, avanti non si riesce ad andare. Epilogo di un Paese allo sbaraglio

di Davide Giacalone - 12 marzo 2009

Dimezziamo il numero dei parlamentari e facciamoli votare per delega, rappresentati da uno solo, come se il Parlamento fosse l’assemblea di una società per azioni. Oddio che ha detto?! S’odono gridolini d’interessato e curioso sdegno, di quelli che le fanciulle simulano alla presenza del disiato buzzurro. Dove mai si è visto un Parlamento funzionare a quel nodo? Ma neanche in Burundi, si scuotono i sinistri, sollevando il capo dagli annosi studi. Che faccio, rido o piango? È il dilemma di Franceschini. Pensa, prova a pensare. Può essere doloroso, ma è utile.

Il Parlamento, numeroso e proporzionalmente rappresentativo, è il gioiello che salvò l’Italia negli anni della guerra fredda e del terrorismo, evitandoci avventure come quella dei colonnelli in Grecia, assicurandoci prosperità e libertà anziché miseria e dittatura. Quell’epoca è finita con lo spegnersi degli anni ottanta, lasciando anche eredità negative, come il debito pubblico.

I suoi protagonisti non lo capirono, pagando a caro prezzo. La società italiana non è significativamente cambiata, ma la sua proiezione istituzionale sì. Il Parlamento di allora era più forte del governo, ed i regolamenti imbrigliavano l’esecutivo all’umore dei gruppi. La cosa ebbe controindicazioni, ma anche pregi. Oggi non ha senso, perché non esistono più i gruppi.

E qui siamo al passaggio cruciale: la distruzione del Parlamento avvenne allora, quando chi perdeva le elezioni pretese di governare mandando in galera chi le vinceva, quando il dibattito politico abbandonò le due aule per entrare in quelle di giustizia, quando i parlamentari ricattati persero i partiti nei quali contavano e divennero buoi ben remunerati. Ad ammazzare il Parlamento concorse il giustizialismo politicizzato, la magistratura militante, l’editoria lobbizzata e lobotomizzante, la viltà di tanti. Oggi, non prendiamoci per le chiappe, la libertà di voto di chi si dovrebbe difendere, quella di chi è nominato e non eletto?

Indietro non si torna, avanti non si riesce ad andare. I parlamentari sarebbero diminuiti se la riforma costituzionale, già approvata, non fosse caduta per il disinteresse dei cittadini e la fuga degli stessi che l’approvarono (il centro destra). La difendemmo solo noi, con penne e matite. Che il voto per delega sia un peto, lo so. Ma meritato.

Pubblicato su Libero di giovedì 12 marzo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario