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La storia dimenticata

Democrazia & verità

Le regole violate dal governo tecnico

di Davide Giacalone - 13 dicembre 2011

Le democrazie sono organismi delicati, governati da regole precise. Noi le stiamo violando tutte. E’ una condotta che porta male. Proviamo a partire dagli emolumenti dei parlamentari, per rendercene conto. Il governo dei tecnici ha commesso un gravissimo errore tecnico, supponendo di potere modificare con un decreto legge un interna corporis parlamentare. Se l’adorazione ipocrita non fosse tanto alla moda, qualcuno si sarebbe incaricato di ricordare che tale è il modo in cui agiscono le dittature.

Il Parlamento reagisce nel modo peggiore: i due presidenti d’aula comunicano che provvederanno al più presto, s’insedia una commissione e si protesta contro la vulgata antiparlamentarista. Gentili parlamentari, tale vulgata è ripugnante, ma anche da voi meritata: avreste dovuto già provvedere, avete appena varato una riformucola dei vostri vitalizi in cui prevedete un’età pari a quella delle lavoratrici, che però per loro deve crescere, avete una miriade di privilegini tanto assurdi quanto fastidiosi, sicché non dovete insediare un bel nulla, ma cambiare di gran corsa, prima che la vostra insensibilità e incapacità sia l’alibi per travolgere l’istituzione che abitate, il Parlamento. In realtà il governo dei tecnici e tale tripudio d’irresponsabilità sono parenti stretti: il primo è generato dal secondo.

Fosse solo la sorte dei rispettivi componenti, li abbandonerei volentieri al loro destino. Comunque meritato. Ma sono le istituzioni ad essere trascinate nell’equivoco e nel discredito, per questo certi linguaggi sono sempre pericolosi. L’intera letteratura castale, ad esempio, serve a cavalcare l’onda, ma sottovaluta la violenza del suo frangersi. Se prendete alcune frasi del Benito Mussolini movimentista e agitatore, prima del regime, e le mettete a confronto con quelle di preclari esempi della cultura democratica, come Gaetano Salvemini, osserverete che si somigliano, distillando disgusto per il trasformismo e la corruzione politica, per l’impotenza del parlamentarismo. A sbagliarsi non era Mussolini, che ci guadagnò.

Sono tante le cause che portano a tali risultati. Nel caso del Parlamento, ad esempio, conta molto l’essere popolato da persone di anche buon livello, ma non selezionate per la politica. Sono, con rispetto parlando, una massa di sconosciuti che fanno il loro giro di giostra. Quanti di loro agiscono pensando alla storia? Forse un paio, mattocchi. Invece è quel tipo di follia che secerne gli statisti. Il resto è umanissimo profittare. E neanche questo sarebbe stato possibile se la cultura italiana non fosse l’eterno rimestarsi di viltà, ipocrisia e populismo, un impasto che s’orienta con l’attrazione magnetica della sostanza, perennemente destinata a umiliare la forma. Leggo che taluno (Corriere della Sera) lancia allarmi sui deragliamenti costituzionali (senza neanche avere il coraggio di definirli tali), aggiungendo che nessuno li descrive e denuncia.

Noi lo facciamo da molti anni, li abbiamo visti in anticipo. E, tanto per non girarci attorno, non raccontiamo la balla che il Quirinale è un potere supplente, ma la realtà di un Colle che, da tre lustri, è antagonista della maggioranza elettorale. Abbiamo raccontato (ci leggiamo mercoledì, con l’allegato) origini e possibili rimedi, ma le coscienze oggi in subbuglio erano in letargo. Quelle che oggi vedono tutte le colpe in capo ai politici, sicché si possa far governare i banchieri (che quando la racconteremo, fra qualche tempo, sembrerà una barzelletta).
<>br> Il punto è questo: non ci può essere rigenerazione morale, di cui abbiamo bisogno, quindi maggiore forza democratica, se non partendo dal raccontarci la nostra storia senza le licenze poetiche delle più spudorate bugie. La nostra è una Repubblica fondata sulla bugia. In senso storico, ma anche etico. Noi questo lavoro lo facciamo, ma ci coprono con il silenzio, preferiscono dire che non lo abbiamo né detto né scritto, perché nessuno può averlo fatto. Mi spiace, noi sì. E continueremo a farlo, perché fra il dolore dello scarnificare la bugia e quello dell’incarnare il suo risultato ultimo, ovvero il fallimento della democrazia, preferisco il primo.

E se ciò comporta il parlare solo alle persone normali, senza che la tremebonda e saccente accademia ci riconosca neanche in vita, avrei da osservare che trattasi d’un piacere.

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