ultimora
Public Policy

L'immobilità dell'Ue

Declasseuropa

Per uscire dalla recessione l'Italia deve mettere in atto una politica europea, senza aiutare la campagna della Francia e ascoltando i tedeschi

di Davide Giacalone - 17 febbraio 2012

Quanti sosterranno che perdiamo terreno e che lo spread cresce per colpa del governo in carica potranno andare a far compagnia a quanti hanno sostenuto che scendeva per suo merito, per l’essere tornati a tavola e l’essere stati riaccolti fra i credibili e onorabili. Tutti da distribuire fra i falsi e gli illusi. Due giorni fa scrivevo che il nuovo declassamento dell’Italia (e non solo), ad opera di Moody’s, era ancora da considerarsi generoso, perché in Europa non si era riusciti a far nulla di utile, salvo la pezza del prestito effettuato dalla Bce alle banche. Ed ecco che arriva il declassamento di massa: 114 banche europee (24 italiane) più decine di aziende ed enti locali. Le banche, meglio non dimenticarlo, sono le uniche cui sono giunti degli aiuti. E questo è il risultato. Per niente inatteso, dato che abbiamo molte volte avvertito della natura meramente contingente di quelle misure.

Dall’estate scorsa l’Unione europea è ancora immobile, nonostante sia bersagliata da attacchi e con la moneta unica che mostra le sue inadeguatezze istituzionali. Un gigante pietrificato. Ad oggi ci sono già cinque paesi europei ufficialmente in recessione: Grecia, Portogallo, Belgio, Olanda e Italia. Il che trascina in negativo anche il prodotto interno europeo. Fra tre mesi, se nulla cambia, sarà tecnicamente in recessione l’intera area dell’euro, tanto più che la Bce avverte sull’estrema lentezza della ripresa. Chi pensi che la questione è meramente economica, non destinata a conseguenze politiche, farà bene a gettare un occhio al titolone in prima pagina sul Financial Times: “Who is Schäuble to insult Greece?”. Parole del presidente della Repubblica greca, Karlos Papoulias, che ci mancava solo maledisse il ministro dell’economia tedesca. Qui ci si deve intendere: la questione dei debiti pubblici si è posta in modo drammatico a causa dell’attacco speculativo ai tassi d’interesse, che ha provocato l’allargamento degli spread, ma la questione di fondo, quella da cui dipende sia la sostenibilità dei debiti che la sostenibilità dell’Ue, è lo sviluppo, la crescita economica. Se il debito si somma alla recessione, come accade macroscopicamente in Grecia, ma come accade anche in Italia, non esistono politiche capaci di rimediare che non comportino un intervento sulla moneta.

L’idea che si possano svalutare le persone, al posto delle banconote, è da matti. Non funziona al punto che prestando soldi alle banche, e accettando in garanzia titoli dei debiti pubblici, le si sollecita a guadagnare sulla differenza, sostenendo gli stati e l’euro, ma abbandonando le imprese, cui manca il credito. A quel punto la zeppa rallenta la frana del debito, ma scatena quella della recessione. Ieri la Corte dei conti italiana s’è abbandonata all’ennesima tirata moralistica sul dilagare della corruzione e del malaffare. Non ne dubito, salvo il fato che loro stanno lì per controllare, ciascun atto pubblico di spesa passa al loro vaglio, i loro magistrati siedono ovunque nei centri in cui si decide la spesa. Forse dovrebbero parlare a sé medesimi. La stessa Corte fa sapere che l’evasione dell’iva è, da noi, del 36%. Il tax gap (infedeltà fiscale) sarebbe inferiore solo alla Spagna, dove si colloca al 39. Il conto non mi convince, ma lasciamo perdere. Il punto è quel che lascia intendere: occorre intervenire per reprimere l’evasione. Certo, come no? Non esiste cosa più semplice da dirsi. Ma se si somma lo strozzamento del credito all’asfissia fiscale quale risultato credono si ottenga? Con quel genere di comunicazione non si crea altro che rabbia collettiva, sollecitando reazioni cieche.

L’Italia sembra impegnata ad aizzare gli uni contro gli altri, dove ciascuno, a turno, si trova fra gli uni e fra gli altri. Il problema va posto nella sua sede naturale: l’Ue. Anche io ho sostenuto che la Germania ha le sue ragioni, ma l’Europa salta in aria se non impariamo a sentirci tutti ateniesi. Quel che si sta facendo a quel Paese è inaccettabile, perché si allungano i tempi di un default certo (in queste condizioni), in modo da dar tempo alle banche francesi e tedesche di gettare a mare più zavorra possibile. Politica più inutilmente egoista è difficile immaginare. Noi italiani siamo in una condizione diversa: siamo grandi e ricchi, abbiamo peso, abbiamo appena ricevuto, dagli Stati Uniti, l’offerta di una sponda preziosa. Dobbiamo farci valere sul tema Grecia, per evitare di doverci (scomodamente) difendere sul tema Italia. Dobbiamo far politica europea, ed europeista, non fornendo alcun aiuto alla campagna di Sarkozy e dialogando con i tedeschi (tanti e qualificati) che vedono gli errori del loro governo. L’alternativa è rassegnarsi ad avere la troika in casa, praticando politiche recessive che, in nome del moralismo, conducono all’immoralità del crollare.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario