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Public Policy

Approccio sbagliato a Cannes

Debito, mezzi e fini

Solo sei paesi stanno peggio di noi

di Enrico Cisnetto - 04 novembre 2011

Un obiettivo giusto affrontato con logica e modi sbagliati. È abbonato, Silvio Berlusconi, a questo genere di approccio: evoca correttamente un problema, ma ci fosse una volta che sia capace di dargli soluzione. È stato così per la giustizia, è drammaticamente così per l’economia. Ieri è andato al G20 a Cannes per sentirsi dire che, oltre a mettere in pareggio il bilancio entro il 2013, l’Italia deve impegnarsi in una “veloce riduzione del rapporto debito-pil a partire dal 2012 ed entro il 2016”. Lui, ovviamente, ha risposto “non c’è problema”, ma senza neppure rendersi conto di ciò che lo aspetta se resta a palazzo Chigi fino alla scadenza della legislatura e, tanto più, se volesse tornarci anche dopo le elezioni (intenzione di cui sono convinto al 100% sia animato).

Intanto a Cannes ha cominciato sbagliando approccio. Perché sostenere che “il problema dell’Italia è il debito, non i fondamentali dell’economia”, è proprio una fesseria. La nostra economia ha patologie gravi da ormai due decenni, misurate dalla curva del pil, della produttività, della competitività, dell’efficienza del sistema. Difetti, a determinare i quali hanno concorso sia il fallimentare sistema politico-istituzionale chiamato Seconda Repubblica sia le caratteristiche poco compatibili con la globalizzazione del capitalismo nostrano, che con la crisi finanziaria mondiale sono letteralmente esplosi e hanno via via reso sempre meno sostenibile un debito che neppure quando è arrivato al record storico del 134% del pil non ha mai creato problemi di solvibilità, con la sola eccezione della crisi della lira del 1992 (toh, guarda, quante similitudini tra oggi e quel maledetto anno!).

D’altra parte, se così non fosse, perché il Giappone che ha il debito-pil al 218% non è oggetto dell’attenzione dei mercati? Certo, i nipponici hanno il debito tutto interno (ma anche noi, ha rivelato Bankitalia, abbiamo una quota estera che è scesa dal 50% al 39,2%, segno che le banche straniere non vogliono più i Btp) e i loro bond sono espressi nella valuta nazionale, mentre l’euro è figlio di nessuno. Dunque, l’abbattimento del debito sovrano è un mezzo, non il fine. Ed è necessario non solo perché i mercati devono (ri)convincersi che i titoli del Tesoro sono sicuri, ma perché una parte di quel taglio deve essere utilizzata, insieme alle risorse rivenienti da una significativa e mirata (cioè non lineare) riduzione della spesa pubblica corrente, per fare investimenti in conto capitale. Una ricetta liberal-keynesiana (caro Ferrara, non è affatto una bestemmia) che tagli la spesa improduttiva e liberalizzi ma nello stesso tempo riconsideri lo “Stato investitore” (cosa diversa dai “panettoni di Stato”, per capirci). Berlusconi, invece, confonde mezzi e fini, e per di più pensa di fare una riduzione del debito in cinque anni, come ci viene chiesto (imposto), partendo dalla proposta, scritta nella lettera che ha mandato a Bruxelles e che ora viene riproposta con il brodino sciapo deciso dal consiglio dei ministri di mercoledì sera, di un piano di dismissioni del patrimonio pubblico per un valore di 5 miliardi all’anno per il prossimo triennio. Sapete quanto sono 15 miliardi su 1900? Lo 0,78%. Una miseria, un taglio totalmente inutile. Eppure il Tesoro ha contabilizzato attivi per 1.815 miliardi, quasi quanto il debito, stimando che il “patrimonio fruttifero” sia pari a 675 miliardi. Il che vuol dire che, una volta alienato, si potrebbe portare il debito-pil dall’attuale 120% al 77%. Difficile? Beh, considerato che tra il rendimento attuale dei beni posseduti e quello potenziale la differenza è abissale – dagli immobili lo Stato incassa appena lo 0,1%, cioè ci perde rispetto all’inflazione – non dovrebbe essere così complicato vendere. E per evitare di svendere l’unica è mettere questi beni in una società da quotare in Borsa, dal cui classamento si possono ricavare i denari per ridurre subito il debito, dando invece il tempo ai gestori di valorizzare come si deve il patrimonio.

Ma per far questo ci vorrebbe un governo vero. Non essendoci, nel frattempo i cds, che nessuno tiene d’occhio ma sono più importanti degli spread, ci dicono che l’Italia nei prossimi cinque anni ha 35 possibilità su 100 di andare in default. Al mondo solo sei paesi sono messi peggio di noi. Amen.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario