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Perplessità sull'ottimismo di Siniscalco

Debito e ripresa, strada in salita

Per uscire dalla crisi non basta alimentare i consumi, servono riforme strutturali

di Enrico Cisnetto - 14 luglio 2005

La recessione è finita? Il ministro Siniscalco azzarda la previsione, il governatore Fazio spera ma non ci scommette, la Confindustria è scettica. Con la produzione che è calata a maggio come mai da due anni, mettendo tra parentesi la ripresina di aprile, con consumi e investimenti fermi e l’export che cresce in quantità e valore ma continua a perdere quote di mercato a livello mondiale (3,1% dal 4,6% di dieci anni fa), con il debito pubblico che sale alla cifra record di 1514 miliardi e schizza a quasi il 109% del pil, con l’indebitamento netto che Bankitalia prevede nel 2006 al 5% per il definitivo azzeramento dell’avanzo primario, non era facile per il ministro dell’Economia – solitamente vaccinato alle “sparate” – aprire uno spiraglio di ottimismo. Ci ha provato all’assemblea dell’Abi, forse più per ragioni d’ufficio che altro, ma non fornendo elementi a supporto di questa supposta inversione di tendenza, ha lasciato tutti un po’ freddi. E comunque, quand’anche fosse così – ma Fazio ha lasciato intendere che la ripresa non viene da sola quando ha chiesto un “impegno per non perdere l’occasione” – stiamo parlando di chiudere l’anno a zero o al massimo a +0,1% evitando il segno meno (-0,3% prevede Confindustria, -0,4% l’Ocse), non certo di una “svolta”. Meglio di niente, si dirà. Vero. Ma diciamocelo con franchezza: che continui la stagnazione degli ultimi quattro anni o che ci sia una piccola recessione, fa poca differenza: i nostri problemi non riguardano la congiuntura, sono strutturali. E da questo punto di vista, l’unico progresso che abbiamo fatto è stato quello di smettere di negare la crisi e di essere passati alla discussione sul come uscirne.

Ieri, sul Messaggero, il professor Luigi Paganetto suggeriva di imboccare una delle due strade principali che abbiamo davanti: quella della domanda interna. Il che significa più salari (magari dicono i sindacati, no rispondono gli imprenditori) e meno Irpef (il governo ci ha provato, spendendo molto e ottenendo niente). Mi permetto di dubitare che sia la via giusta, ammesso e non concesso che risulti praticabile (vedi gli obblighi europei di rientro dal deficit). Prima di tutto perché si tratterebbe proprio di un intervento di natura congiunturale. E poi perché abbiamo già visto che la domanda, vuoi per ragioni pratiche (difficoltà di alcuni ceti ad arrivare a fine mese) vuoi per remore psicologiche (incertezza sul futuro), non reagisce agli stimoli. E poi, siamo sicuri che la nostra priorità sia mettere benzina nel motore? Io dico, al contrario, che la macchina dell’economia italiana ha bisogno di andare prima dal meccanico, e poi dal benzinaio. Il che significa una radicale trasformazione – ecco la necessità del “meccanico” – del capitalismo nostrano, che soffre da troppo tempo di un’endemica mancanza di capacità competitiva (aggravata negli ultimi anni dal boom asiatico) e di un progressivo calo di produttività. E d’altra parte, supponendo anche che i consumi dovessero magicamente riprendere, si finirebbe solo per sostenere le importazioni, dato che il consumatore italiano, come è già successo negli Stati Uniti e sta per accadere in tutta Europa, si orienterebbe a comprare sempre di più “cinese” (giustamente, visto che risparmia).

Ma se, anziché sul lato della domanda, occorre agire su quello dell’offerta, quali sono gli strumenti di politica economica più efficaci? Qui gli economisti si dividono in due scuole di pensiero. C’è chi sostiene che occorrono politiche orizzontali, cioè che incidono sui fattori produttivi (più basso costo del lavoro, riduzione della bolletta energetica, ecc.). Personalmente prediligo l’altra, quella delle politiche settoriali. Che non significa un ritorno ai tempi di Donat Cattin, e tantomeno all’Iri di Prodi. Significa, invece, che la politica si assume la responsabilità di orientare il modello di sviluppo, facendo alcune scelte di fondo perché con la globalizzazione molte “partite” ci sono precluse, e poi lascia ai privati decidere come muoversi. In questo caso, per esempio, non avrebbe senso ridurre genericamente l’Irap per tutte le imprese, ma occorrerebbe privilegiare, magari anche con altre facilitazioni fiscali, solo quelle che sono o vogliono entrare nei settori sui quali s’intende scommettere. E’ quello che stanno facendo sia i tedeschi (che scommettono tutto sulle grandi imprese esportatrici) sia i francesi (che hanno individuato 67 “poli” di eccellenza per fermare il declino), e che gli inglesi hanno fatto molti anni fa quando hanno puntato sulla leadership della City sui mercati finanziari. Perché, approfittando del Dpef, non ci si mette intorno ad un tavolo a discuterne?

Pubblicato sulla Sicilia del 14 luglio 2005

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