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Bipolarismo come valore intoccabile?

Dall'egemonia alla subalternità

Sono bastati 15 anni per fare a pezzi una cultura che diceva di essere la migliore

di Davide Giacalone - 29 ottobre 2007

Un tempo i comunisti andavano fieri della loro “egemonia”, della capacità culturale d’essere attrattivi e trascinare gli altri sul proprio terreno. I post non sono all’altezza del lascito e da anni vivono subendo l’egemonia berlusconiana. I sintomi di questa subalternità sono evidenti, se solo si pensa a temi come il bipolarismo e la concezione stessa del partito.

Non solo l’Italia non era mai stata bipolarista, ma l’intera lezione berlingueriana, come l’originaria impostazione togliattiana, ne era la negazione. Bipolarista e presidenzialista era il Partito d’Azione, piccolo. Il bipolarismo contemporaneo è un’invenzione di Berlusconi, il frutto della “discesa in campo” e della decisione di mettere assieme tutti quelli che s’opponevano alla “gioiosa macchina da guerra”. Così nasce la coalizione (che erano due) disomogenea e vincente. La volta dopo la sinistra fece la stessa cosa, e da allora ripete che il bipolarismo è un valore intangibile.

Nella tradizione della sinistra il partito è un concetto assai chiaro, di marca leninista, fatto di militanti, sezioni, gruppi dirigenti e capo. A questo soggetto Gramsci assegna il ruolo di principe, dall’archetipo machiavellico riadattato all’idea di dittatura del proletariato. Più semplicemente, il partito è la struttura che costruisce consenso e trasmette le idee politiche al popolo. La sua disciplina interna si chiama “centralismo democratico”, che contagia tutti, ad eccezione della democrazia cristiana. Nel ’93 Berlusconi crea un partito di natura opposta, con un leader che si rivolge direttamente agli elettori. Se fossero azionisti ed uno solo potesse rappresentarli, per lui sarebbe meglio, ma il loro consenso porta gli eletti, e da qui il minimo d’organizzazione necessaria. Il neonato partito democratico ripercorre la stessa strada, facendo eleggere il segretario non dagli iscritti, ma dai passanti. Il partito non è più prodotto da chi ci sta dentro, ma un prodotto che si offre al mercato. Ciò è poco capito perché la gran parte dei sé dicenti intellettuali è orfana del mondo andato, tenuta assieme da quel trionfo del berlusconismo che è l’antiberlusconismo. Sono bastati quindici anni per fare a pezzi un’egemonia che pretendeva d’avere la storia dalla propria parte. Il dopo è da costruire, da una parte e dall’altra.



Pubblicato da Libero

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario