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La presunta "trattativa" Stato-Mafia

Dalla storia alla leggenda

Con rispetto alludendo

di Davide Giacalone - 04 gennaio 2013

La presunta trattativa fra lo Stato e la mafia esce dalla storia per entrare nella leggenda, ove si narra d’indagini che non approdarono a nulla, sebbene coinvolsero (indirettamente) anche il Quirinale, ma produssero il pirotecnico effetto di generare indagini sulle indagini. Volevate che mancasse l’anonimo? Figurarsi. Solo che certo professionismo dell’antimafia ha sviluppato una tale ammirazione per il codice comunicativo mafioso da averne mutuato il procedere logico. Qui di seguito alcuni fatti, firmati con nome e cognome.

Non ho letto le 12 pagine, scritte da un anonimo e inviate, lo scorso 18 settembre, presso l’abitazione di un pubblico ministero. Essendo all’esame della Dia (Direzione investigativa antimafia) oso supporre che non siano state divulgate, che gli uomini al servizio dello Stato non ne abbiano parlato al bar, che i magistrati non ne abbiano fatto oggetto del ciarlare a vanvera. La lettera anonima è sempre materia contaminata e contaminante. Se contiene infamie è bene sia seppellita nel silenzio. Se contiene elementi utili è bene sia tutelata dal silenzio. Qui, invece, il silenzio non c’è. Perché non ho letto le 12 pagine, ma ne ho letto, su Repubblica. Complimenti ai giornalisti segugi? Delle due l’una: o la propalazione è voluta da chi maneggia la lettera, nel qual caso sono solo pedine, pupazzi in mani altrui; oppure l’hanno conquistata in modo rocambolesco, nel quale caso è lecito sperare che il o i responsabili di una tale fetecchiosa custodia siano individuati e puniti.

Che cosa abbiamo letto? L’anonimo segnala che i procuratori impegnati nell’inchiesta sulla (presunta) trattativa sono stati a loro volta intercettati e spiati, ovviamente a cura di “uomini delle Istituzioni”; che l’opera di spionaggio sarebbe stata condotta anche da colleghi magistrati; che c’è una “centrale” romana ove si raccoglie tutto; che “ci sono catacombe all’interno dello Stato sepolte e ricoperte di cemento, ma alcune verità si possono ancora trovare”; che l’estensore conosce l’identità del carabiniere che portò via l’agenda rossa di Paolo Borsellino, dopo la strage; che l’arresto di Totò Riina fu combinato e la casa manomessa prima della perquisizione. Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, dice di non volere parlare ma in poche parole conferma che la lettera contiene cose assai interessanti, segnalando che non è affatto vero i siciliani siano naturalmente taciturni, giacché ve ne sono di alquanto loquaci.

Dopo avere letto quel che hanno voluto farci leggere, penso che ciò che non è oramai luogo comune è linguaggio allusivo. Non so se si tratta di allusioni mafiose o d’imitazione, ma il marchio di fabbrica è quello: non scrivo per dire, ma per far sapere che potrei dire; non comunico fatti e deduzioni, ma sospetti e illazioni. Stando a quel che ci hanno fatto leggere non direi che è la macchina del fango, ma fango direttamente. Non tocca a noi fare le indagini e, ove mai qualcuno sia interessato (lo escludo) a una nostra opinione su quel testo non avrebbe che da farcelo leggere. Letto da terzi, scusate, non mi fido minimamente. Indaghino, dunque. Ma non provino a inquinare la vita civile e a corrompere la memoria più di quanto si sia già fatto.

Fummo i primi a mettere in fila fatti e date, dimostrando che se una trattiva vi fu, e sottolineando mille volte il “se”, questa si svolse nel corso del governo Ciampi ed ebbe come contropartita la sospensione del carcere duro. Paolo Cirino Pomicino documentò poi che c’era dell’altro: numerose scarcerazioni. A quell’epoca la politica anti mafia aveva un punto di riferimento forte in Luciano Violante, il quale si era battuto contro Giovanni Falcone. Giudice che prima d’essere ammazzato era stato sconfitto. Così come era stato isolato e reso impotente Borsellino, sicché la sua agenda sarebbe stata assai interessante per avere una qualche idea di come andavano le cose all’interno della procura di Palermo. Non basta: i successivi maestri dell’antimafia, come il più che loquacissimo Antonino Ingroia, misero sotto processo e chiesero ripetutamente la condanna del braccio destro di Borsellino, il carabiniere Carmelo Canale, accusato d’essersi asservito alla mafia. Fu assolto, ma rimane un fatto: se era possibile pensare fosse colpevole, cosa era necessario pensare di Borsellino e Falcone? Che fossero dei deficienti oppure, come sostenne Leoluca Orlando Cascio, dei collusi?

Un altro carabiniere, Sergio De Caprio (il “capitalo Ultimo”), fu a sua volta accusato di collusione con la mafia. Anche lui assolto (è ancora in corso un altro procedimento, a carico suo e del generale comandante del Ros, Mario Mori). Il pubblico ministero era Ingroia. Disse De Caprio: quando sento la sua voce penso a quella di Riina. Incontrai Ingroia in un dibattito pubblico, a Orvieto, gli chiesi cosa intendesse fare. Nulla, rispose. Gli feci osservare che il minimo era denunciarlo e chiedere giustizia. Lo farò, rispose pubblicamente. Lo ha fatto? Sarebbe molto, ma molto strano il contrario. Ora Ingroia è un capo politico, con tanto di nome sul simbolo (con Pellizza da Volpedo a simbolo del proletariato giudiziario, e speriamo non sia permalosa la sua anima). Ha scritto molto e parlato di più. E’ anche stato in Guatemala … quanti giorni c’è stato? In politica porta la fama di quell’inchiesta sulla trattativa, nonché l’intercettazione del presidente della Repubblica. Chiede d’allearsi con Bebbe Grillo. E anche questa credo sia una scelta coerente. Grillo rifugge, e lo capisco.

Poteva mancare l’anonimo? Né si può sperare che a indagare sia la procura nazionale antimafia, perché il suo capo è candidato in un’altra lista. A questo è ridotta l’Italia. Con rispetto parlando.

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