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Antoine Bernheim: uno spettacolo incresioso

Dalla classe alla cassa

Vade retro egualitarismo, sia dannato il pregiudizio che condanna la ricchezza

di Davide Giacalone - 16 maggio 2011

Non se ne vanno mai, se non costretti, e neanche s’accontentano mai. Lo spettacolo che sta offrendo Antoine Bernheim è increscioso. A dispetto delle decine di milioni che ballano, direi: miserabile. Se fosse una questione limitata alla persona potremmo chiuderla lì, con pietoso pudore. Invece è collettivamente rilevante il tema delle remunerazioni e dei privilegi in capo a determinate posizioni. Ed è rilevante capire che le bassezze della classe dirigente non si limitano alla politica, di cui tutti parlano e che tutti (compresi i protagonisti) sono pronti a condannare, ma si estendono oltre, dilagano per ogni dove, senza scorrere fra gli argini del merito.

Vade retro egualitarismo, sia dannato il pregiudizio che condanna la ricchezza. Ciascuno deve potere guadagnare per quel che vale e chi vale di più è bene guadagni di più. Anche molto e anche moltissimo di più. Chi crea ricchezza può arricchirsi in percentuale, e talora si tratta di cifre straordinarie. Siano benedette. Un libero professionista che (come me) guadagna più di un impiegato o di un operaio non ha nessuna ragione per sentirsi in colpa, tanto più che il lavoro, quindi il guadagno, potrebbe volatilizzarsi dalla sera alla mattina.

Chi vive nell’incertezza, a tutti i livelli, precari compresi, ha diritto a guadagni che ne tengano conto. Un fisco giusto dovrebbe regolarsi di conseguenza. Il nostro fisco è ingiusto, ancor prima che esoso, perché va in direzione opposta.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’idea che essendo stati per una vita a capo di un gruppo assicurativo, non rischiando di tasca propria, non inventando la lampadina, ma facendo, con competenza, il proprio lavoro, si possa andare via, controvoglia e costretti, alla bella età di 86 anni, con una pensione di 1.5 milioni l’anno e una liquidazione di 15. Cui si aggiungono case e uffici a Parigi, Milano, Venezia e Trieste. Non contento di ciò l’ottimo Bernheim s’è messo a frignare perché osavano togliergli il diritto di usare a proprio piacimento, e per i fatti propri, gli aerei aziendali. Il tutto dopo una vita già lautamente, e giustamente, remunerata (avrà fatto un’assicurazione, si spera!).

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la liquidazione assegnata al suo successore, Cesare Geronzi: 16.7 milioni per meno di un anno alla presidenza. Sentendosi sottopagato Bernheim ne vuole altri 20, più i danni morali. Avete letto bene: i danni morali. Laddove, in questa storia, di morale non c’è niente. Geronzi ha incassato quella cifra perché, da Mediobanca a Generali, hanno deciso di metterlo alla porta. E’ servita ad affievolire le sue resistenze. C’è qualcuno che ha capito le ragioni dello scontro interno? Non so: diversità di vedute sulla finanza o sullo sviluppo societario? Sui giornali si sono lette tante cose fumose.

Ho chiesto a quelli che sanno sempre tutto: partono pensosi e saccenti, poi non ti dicono niente di saggio e pertinente. Ne ho dedotto che quello cui abbiamo (molto parzialmente) assistito è un mero scontro di potere: chi comanda, chi decide dove mettere i soldi, chi intesse i rapporti di riconoscenza.

Strategia, zero. C’è un gruppo dirigente più giovane che ha voluto scalzare i più anziani. C’è chi, insomma, ha deciso di non volere diventare vecchio senza mai essere stato grande. Il che va anche bene, se non per un punto: perché ciò deve essere pagato da società quotate, quindi non da patrimoni liberamente e privatamente disponibili?
I vecchi e i potenti non lasciano spazio per benevolenza, vanno battuti.

Perché questo sia sano occorre che avvenga nel mercato, con idee e protagonisti nuovi. Se avviene nel chiuso delle compagnie esistenti, se si riduce ad una fiera delle coltellate, sfugge l’utilità collettiva, si perde l’effetto di rigenerazione e i soldi spesi somigliano a riscatti. Il livello di quella classe dirigente, infine, sfiora quello dei profittatori. Bernheim vuole essere il loro principe? Strano modo di farsi ricordare.

A tutti costoro vorrei rammentare un signore: Enrico Cuccia. Neanche lui amava la povertà, né indulgeva all’ascetismo. Sapeva amministrare soldi e potere, tessendo la tela finanziaria che fece crescere l’asfittico, squattrinato ed egoistico capitalismo italiano.

A chiedere soldi per essere liquidato si sarebbe vergognato, mise in pista i successori, senza soffocarli (provvidero altri) per gelosia e selezionandoli in base alla moralità e alle capacità. Andava a piedi in ufficio. Nessuno si sarebbe sognato di non considerarlo fra i più preziosi pezzi di una grande classe dirigente. Qui, invece, s’è persa la classe e ci si dirige alla cassa.

Pubblicato da Libero

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