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Public Policy

L’era del supereuro in un’Europa che cambia

Dall’unione alla divisione

Mentre il contesto europeo muta, l’Italia si affida alle urla del Grillo sparlante di turno

di Antonio Gesualdi - 05 ottobre 2007

L"euro sopra 1,40 per dollaro è la fine dell"Unione Europea. La politica sado-monetario della Bce alla tedesca tiene in scacco le economie produttive nazionali a favore delle rendite. Sembra il risultato della lotta tra lobbies e visioni politiche, in realtà è la semplice tensione tra un"Europa vecchia (Italia, Germania, Austria, Spagna, Grecia, Croazia) e un"Europa più giovane e pimpante. Una società di vecchi, infatti, ha bisogno di tenere sotto controllo l"inflazione, di gestire i risparmi più che di produrre per il futuro e di non vedersi svalutato patrimonio accumulato durante la vita attiva. Insomma c"è un"Europa (il vecchio Sacro Romano Impero) che teme l"inflazione e teme la perdita dei privilegi del vecchio Welfare che pensa a tutto. Dall"altra parte c"è un"Europa con più alti tassi di natalità, con più basse percentuali di ultra 60enni, con più giovani che devono amare, lavorare, farsi un famiglia, investire nel futuro e... comprarsi una macchina.

Motivo per il quale perfino Sergio Marchionne - amministratore della Fiat - si spinge a dire che il liberalismo all"americana non funziona in Europa; o meglio, la sua azienda non può sopportare un euro così forte. Dunque l"Unione Europea - che si doveva fare con una moneta unica - si sta disfacendo proprio grazie a quella moneta unica. Esperimenti fallimentari che, tra l"altro, furono già fatti tra il 1700 e il 1857 (tutti da regimi autoritari) quando Maria Teresa d"Austria e il Regno di Baviera provarono il "monometallico argenteo" o quando il sistema napoleonico impose ai piemontesi il bimetallico oppure quando fu inventato il "Sistema monetario internazionale moderno" basato sul fiorino austriaco tra Impero d"Austria e Zollverin tedesco. Nei processi unitari le monete hanno una qualche funzione, ma sempre transitoria e, spesso, aleatoria. Così in Italia, nel paese più vecchio della vecchia Europa, cominciano ad accadere fenomeni convulsi e che destano sempre più preoccupazione.

Viene montata ad arte l"antipolitica proprio dalle consorterie di potere che traggono i maggiori benefici dall"euro forte; ovvero da coloro che controllano i settori che non sono sul mercato internazionale (editoria, banche, categorie sindacali). In questo momento sono i settori più sicuri e forti e dunque è logico che tentino di prendere il potere nazionale. Ma questo modello è un modello declinante e di protezionismo artificiale che non porta da nessuna parte.

L"attuale presidente di Confindustria, Luca Montezemolo, ad esempio non perde occasione di parlare di sprechi del sistema, di richieste di sovvenzioni alle imprese, di discredito della politica tanto, però, da preparare accidentalmente il terreno non alla sua ascesa al governo, ma all"ascesa di un comico come Beppe Grillo che, essendo più pratico di piazze e umori, si prende la scena. Montezemolo da presidente di Confindustria ha spiegato che l"Europa era perfetta per mettere in riga il nostro Paese. Ha spesso polemizzato col governo Berlusconi proprio sulla diversa prospettiva dell"Europa e che solo dei "cialtroni" forzaleghisti non capivano la perfezione che regnava a Bruxelles. Siamo pieni di liberisti di scuola bocconiana che vantano di aver frustato Bill Gates, ma non risulta, ad esempio, che le università italiane siano un bel mondo liberale fatto di meritocrazia e libera concorrenza.

Siamo pieni di sarkozisti dell"ultima ora, ma nessuno ricorda che proprio Sarkozy parla di contenimento della Bce, di protezionismo, di intervento dello Stato nella politica industriale attiva. Siamo pieni di bullismo intellettuale e di economisti che non sanno niente di politica, ma nessuno si sogna di studiare a fondo, ad esempio, l"idea di "protezionismo altruista" di un Maurice Lauré ripreso pure da Pierre-Noel Giraud o dell"antropo-politologo Emmanuel Todd, o la proposta di "sovranità europea" di Akim El Karoui, ex plume di Raffarain. O anche la previsione di un Patrick Artus, consigliere del Capo del governo francese. Basterebbe anche solo il mercatismo di un Tremonti. Tutti, tra l"altro, insospettabili liberal-democratici. Ma in questo Paese, adesso, stiamo solo perdendo tempo e, infatti, tocca al comico Beppe Grillo farci passare la nottata!

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario