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Il fine ultimo è salvare vite umane

Daki, una falla nella legge

Nuova assoluzione dei “guerriglieri” islamici: urge riformare le norme sul terrorismo

di Davide Giacalone - 01 dicembre 2005

Le sentenze si rispettano, ma non per questo le si deve condividere, o considerarle giuste. Nel gennaio scorso è capitato che un giudice dell’udienza preliminare, in quel di Milano, abbia ritenuto innocenti tre accusati di terrorismo internazionale, sulla base della distinzione fra “terroristi” e “guerriglieri”. Si scatenò, allora, una buriana contro quel giudice, e più di un politico fece appello alla folla contro la sentenza. Scrissi, allora, che contro le sentenze sbagliate si ricorre in appello, non al forcaiolismo delle piazze, e che attaccare, in nome ed effige, un giudice, per quel che ha scritto in una sentenza, è cosa sbagliata. Ora la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha nuovamente assolto i tre (dal reato principale), e, benché resti ancora un grado di giudizio, è tempo di trarne qualche conclusione.

La sentenza d’appello dimostra che il gup non agì in modo eccentrico o del tutto originale. Ma dato che, comunque, la distinzione fra “terroristi” e “guerriglieri”, la trovo surreale, e visto che lo stesso imputato principale, Mohammed Daki, ammette di avere fornito assistenza ed aiuto ad uno degli ideatori e realizzatori dell’attacco alle torri gemelle, ne deduco che qualcosa non funziona nella legge.

Il paragone con la mafia lo ha fatto Lucia Annunziata, ed ha ragione: se, da noi, in Italia, qualcuno avesse fatto la stesa cosa che ha fatto Daki, nei confronti di un mafioso, si ritroverebbe condannato, quanto meno per concorso. E se, per caso, non fosse condannato, molti s’indignerebbero perché “lo Stato ha abbassato la guardia” nella lotta contro la mafia. Siccome i terroristi islamici ammazzano più gente dei mafiosi, ammesso che si voglia usare questo metro, non si vede proprio perché con loro si debba essere più indulgenti. E dato che già due livelli di giudizio mostrano quest’indulgenza, vuol dire che nelle leggi c’è spazio per ficcarcela. Ergo, i politici che insorsero a gennaio hanno perso un anno di tempo, non ponendo rimedio al buco legislativo.

Il Daki, che per le nostre leggi ed il nostro diritto è da considerarsi innocente fino a condanna definitiva, essendo ora anche assolto, fresco come una rosa e sereno come un devoto, lancia accuse di violazione dei propri diritti, essendo stato interrogato dal procuratore Dambruoso senza la presenza dell’avvocato. Anzi, dice che a quell’interrogatorio (circostanza che il procuratore smentisce) sarebbero stati presenti agenti della statunitense FBI. Ecco, da garantista granitico desidero affermare che il signor Daki non ha nulla di cui lamentarsi, e che se lo hanno interrogato hanno fatto bene.

Le garanzie, da cui il garantismo, valgono per gli atti che hanno rilevanza processuale e, naturalmente, a salvaguardia dell’integrità della persona. A Daki non è stato torto un capello (se solo gli avessero dato un ceffone oggi si proclamerebbe invalido a vita), e dal processo è stato assolto. I suoi amici, quelli cui presta soccorso, non usano gli stessi riguardi. Difatti loro sono assassini e noi gente civile.

Quando si mettono le mani su gente sospettata di terrorismo internazionale è non solo ovvio, ma più che giusto, cercare di avere informazioni utili a salvare vite umane, anche a prescindere dal procedimento penale che contro quei presunti terroristi si è aperto. E’ questa l’attività di conoscenza e prevenzione che si ha il diritto ed il dovere di mettere in atto.

Daki ha ringraziato la giustizia ed i giudici italiani. Voglio sperare che l’abbia fatto con animo sincero, e non pensando di avere avuto a che fare con inguaribili pirla. Visto che apprezza il nostro sistema di diritto, gli saremmo grati se proponesse d’adottarlo a quei Paesi, come la Siria, con i quali ha contatti funzionali. Saremmo pronti a proporlo per il Nobel del diritto, altrimenti ad altri toccherà l’Oscar della dabbenaggine.

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