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Proposte radicali: cioè liberali e liberiste

Dai “volenterosi” ai “solidali”

La lettera di Marco Pannella e dei responsabili dei soggetti dell'area radicale

di La redazione - 02 luglio 2007

Ad Alberto Alesina, Tito Boeri, Enrico Cisnetto, Luca Cordero di Montezemolo, Raffaele Costa, Luigi Crespi, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Biagio De Giovanni, Mauro Del Bue, Lamberto Dini, Maurizio Ferrera, Marco Follini, Francesco Giavazzi, Oscar Giannino, Pietro Ichino, Fiorella Kostoris, Emanuele Macaluso, Claudio Martelli, Alberto Mingardi, Paolo Messa, Mario Monti, Enrico Morando, Piero Ostellino, Angelo Panebianco, Savino Pezzotta, Antonio Polito, Gustavo Piga, Sergio Rizzo, Nicola Rossi, Michele Salvati, Gian Antonio Stella, Bruno Tabacci, Roberto Villetti.

Carissimi,
quella che leggerete è una lunga lettera, che chiede attenzione. Constatiamo che uno di noi, con un incarico di prestigio nelle istituzioni, sembra racchiudere e comprendere nel suo dire e nel suo fare, l’intera nostra storia, l’intero nostro dire e nostro fare. Questa è la distorsione grave e “antieconomica” (impoverisce e banalizza la nostra, la vostra e anche la sua azione politica e culturale) e vogliamo sanarla. C’è un punto fermo: tranne gli organi dirigenti eletti dal congresso nessuno è titolato, quando si esprime, a rappresentare altri che se stesso.

Da radicali, liberali, liberisti (anche quando questi termini suonavano ad offesa), ci siamo sempre richiamati a Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi, De Viti de Marco, Bruno Leoni, Milton Friedman, per citarne alcuni. E’ nostra da sempre l’analisi salveminiana del “blocco sociale”: che si presenta identico a se stesso da almeno ottant’anni, e ha dominato il fascismo dal 1925 fino alla sua caduta; e l’antifascismo fino ai giorni nostri. Un “blocco” che comprende il mondo finanziario e industriale, ma anche le aristocrazie operaie “sindacalizzate” e il potere burocratico e parassitario.

Siamo stati tra i primi a non limitarci a denunciare il processo di putrefazione dello Stato e delle sue istituzioni: dalla giustizia alla scuola, dalla sanità all’ambiente. Abbiamo lottato e lottiamo con iniziative politico-parlamentari, referendarie, nonviolente. Da sempre sosteniamo come sia intollerabile e profondamente sbagliato per il cittadino medio di lavorare per oltre la metà di ogni mese per lo Stato. Abbiamo combattuto le oligarchie di quella grande “famiglia” che è il regime italiano – e che comprende partiti e sindacati, corporazioni e ordini professionali –; un agglomerato di potere micidiale, “disordine costituito”. Abbiamo fatto appello ai milioni di partite IVA (cioè gli interessi oggettivi dei piccoli nuovi produttori, soffocati dalle burocrazie); ai lavoratori autonomi, ai giovani in cerca di prima occupazione, per la “rivoluzione liberale” che tutti oggi a parole invocano e dicono essere urgente, necessaria, indispensabile. Gli stessi che ne denunciavano (e ci anatemizzavano) il portato di menzogna e violenza di classe, antipopolare e antidemocratica.

Una posizione politica che venne riconosciuta e colta da uno studioso, Rudi Dornbusch: che colse l’occasione dei nostri “ennesimi” venti referendum liberali, liberisti, neowelfaristi del 1999, per intervenire con un articolo comparso in un network editoriale che abbraccia tre continenti (in Italia lo pubblicò il “Corriere della Sera”), dal titolo: “Tre hurrà per i referendum di Emma Bonino”. Dornbusch affermava che “quand’anche fossimo battuti per numero di voti referendari, l’Italia non sarebbe comunque più stata la stessa”. Sbagliava, purtroppo: non metteva nel conto l’opera della Corte Costituzionale (che da tempo definiamo la “suprema corte della mafiosità istituzionale italiana”) che ne cestinò una buona parte, per consegnare il resto alla sagacia di quel vero e proprio “Wanno Marchi” di Silvio Berlusconi: che fu determinante per far mancare il quorum; al “colpo d’accetta” disse di preferire la più solida via parlamentare e governativa. Non ne venne fuori nulla, come sappiamo e sapete.

Da anni invochiamo (e indichiamo) politiche per superare l’allucinante situazione per cui ogni bambino che nasce, per il solo fatto di essere nato in Italia, è automaticamente gravato da un debito superiore ai venti milioni di euro. Siamo da sempre il partito che vuole ampliare uno degli strumenti maggiormente usati all’estero per produrre occupazione: i contratti di lavoro a tempo parziale, in luogo delle contrattazioni “rigide” che sono uno dei principali ostacoli allo sviluppo, al potenziamento del mercato, alla creazione di nuovi posti di lavoro. Da sempre sosteniamo che il mancato vasto utilizzo del contratto di lavoro a tempo parziale rappresenta una vera e propria occasione perduta per il nostro paese, come i dati di tutti i centri studi e osservatori documentano e certificano. Ed è questa situazione che non attira risorse e investimenti, ma anzi li allontana. Da anni, da sempre, denunciamo le storture del mondo sindacale: secondo stime prudenti e certamente approssimate per difetto, si può affermare che le tre maggiori confederazioni sindacali – CGIL, CISL, UIL – tra quote di iscrizione percepite grazie al meccanismo della trattenuta automatica in busta paga; finanziamenti pubblici ai patronati, contributi del Ministero delle Finanze ai CAF, ogni anno incassano cifre inaudite, che noi denunciamo come “strutturali”, e che tutti voi conoscete . Per non parlare di altre “voci”: il valore dei cosiddetti “distacchi”; l’immenso valore degli immobili facenti capo alle organizzazioni corporative del periodo fascista concessi dallo Stato agli attuali sindacati con una legge del 1977; e le ingenti risorse per la formazione professionale gestite in quota rilevante proprio dalle organizzazioni sindacali. Siamo stati tra i primi ad opporci allo scandalo delle cosiddette pensioni di “giovinezza”; e dell’utilizzo a dir poco spregiudicato e certamente discutibile, della cassa integrazione.

Abbiamo poi dato vita e promosso la Rosa nel Pugno; rivendichiamo il merito di aver costituito anche un freno psicologico al crollo pre-elettorale del centro-sinistra, strappando, letteralmente, almeno mezzo milione di voti alla coalizione avversa; con i miracolosi “24mila voti” abbiamo conseguito il nostro obiettivo: affidare alla coalizione “dei buoni a niente” il governo del Paese, sottraendolo a quella guidata da “capace davvero di tutto; cioè di nulla”.

Noi radicali, con Emma Bonino la cui opera positiva nel Governo è unanimemente riconosciuta (anche se dai mass media è inversamente valorizzata), con l’apparente vitalismo e naturalismo della successione della “Grande riforma liberalizzatrice di Bersani”, e subito dopo la vicenda Welby e le altre iniziative politiche, con la costante, non parolaia, conferma della convinzione liberista anticonfindustriale (la già citata “linea” Salvemini-Einaudi-De Viti de Marco-Rossi), che perfettamente si integra con l’area politico-scientifica rappresentata dalle convergenti diversità di Mario Monti, Francesco Giavazzi, Luigi Bersani, Padoa-Schioppa, siamo riusciti a diffondere con consapevolezza e definizione di “Sinistra liberale” il patrimonio di idee e di cultura che tanti di voi incarnano: e che ora sono finalmente, meritoriamente usciti dai ristretti seminari e dalle pubblicazioni per pochi, per approdare, come opinionisti, editorialisti del maggior quotidiano “borghese” italiano.

Una quantità di proposte e iniziative il cui solo “indice” basterebbe a smentire il luogo comune che su questi temi saremmo assenti: interessati e occupati solo ai diritti civili. Al contrario, abbiamo spesso indicato e offerto, con preveggenza, le uniche proposte serie, praticabili, possibili. Proposte radicali: cioè liberali e liberiste. Posizioni e proposte di un corpo politico; proposte, analisi, riflessioni che sono nel nostro DNA, connaturate nel nostro modo di essere e di “sentire” le cose.

Vi chiediamo: è mai possibile che nessuno senta, non “sappia” quanto tanta parte della vostre stesse storie politiche e civili convergono e coincidono oggi con la nostra, la nostra natura, la nostra “durata”, un futuro garantito dal passato e dal presente. Brutalmente: non è venuto il momento di passare dal tempo dei “volenterosi” a quello dei “solidali”? Non ci sembra inutile o presuntuoso richiamare le vostre attenzioni su una evidenza, purtroppo, accecante: con i radicali “MAI”: ideologia e prassi finora senza eccezioni. Fiduciosi in una risposta che costituirà per noi utilissima e preziosa materia di riflessione, un caro saluto e augurio di buon lavoro.

Per i soggetti politici dell’area radicale

Marco Pannella
Presidente Senato del Partito Radicale nonviolento, transnazionale, transpartito

Rita Bernardini
Segretaria Radicali Italiani

Marco Cappato
Segretario Associazione Luca Coscioni

Sergio D’Elia
Segretario Nessuno Tocchi Caino

Gianfranco Dell’Alba
Segretario Non c’è Pace senza Giustizia

Giorgio Pagano
Segretario Associazione Radicale “Esperanto”

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario