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L'occasione da non sprecare

Da dove ripartire

Pd e Pdl restano i due pali su cui poggiare un ponte che porti verso una diversa Repubblica. Hanno il dovere di essere all’altezza, anche se a guardarli non ci si crede.

di Davide Giacalone - 27 febbraio 2013

Si sono comportati da scemi, ora evitino di fare i pazzi. Mi riferisco al mondo politico, ma anche a tanti opinionisti di cui si comprende la faziosità, ma cui non si perdona la superficialità. È da pazzi accompagnare lo schizzare dello spread con la certificazione che il voto degli italiani sarebbe stato contro l’Europa e l’euro. La campagna elettorale è finita, l’esito non era poi così imprevisto (è Grillo al 25% ad averne determinato l’esito parlamentare, ma quello politico lo avevamo anticipato: la somma dei primi due non fa la metà dei voti disponibili). Ora basta con la propaganda. Il voto contiene un’occasione, non la si sprechi.

L’euro ha difetti strutturali profondi, che si sono tradotti in un danno per alcuni paesi e in un vantaggio per la Germania. Dirlo e documentarlo non significa affatto essere anti-europei, semmai l’opposto. È il tacerlo che porta allo sfascio dell’Ue. Mentre utilizzarne le conseguenze quali clave per i pestaggi interni è da miserabili. Dire che gli italiani hanno votato contro l’Ue è un imbroglio. Peggio: è un modo per continuare la guerriglia civile senza accorgersi che l’Italia è sull’orlo del baratro, ma non per implosione della sua macchina produttiva, che ancora regge e in alcuni casi cresce, ma perché s’è fulminato il sistema nervoso, generando una politica capace di tassare e incapace di tagliare (spesa e debito).

Il voto degli italiani va rispettato. Dentro e fuori d’Italia. Mette in luce che ci sarebbe bisogno di una sinistra che non piace alla sinistra, giacché da quella parte hanno allontanato un vincente per riproporre il sempre uguale. Dimostra che attorno a Berlusconi non c’è un esercito di ipnotizzati, ma un blocco sociale e un’opinione pubblica consolidata, non scalfibile con i logori e stucchevoli sistemi della demonizzazione personale. Chiarisce che il voto a Grillo, come qui già profilato, non è il giulivo vagare degli altrimenti astenuti, ma il rabbioso vendicarsi di chi ebbe fiducia in uno dei due poli (con impressionante emorragia a sinistra). E sottolinea, infine, quanto siano sciocche e presuntuose quelle sedicenti élite che confondono il consenso di qualche gruppo altolocato con l’incarnazione della volontà popolare. Tutto questo ha prodotto una rappresentanza parlamentare disarticolata, ma ha anche confermato la condotta bipolare degli elettori non fuggiti nel rifiuto. Per questo tocca a quei due poli ricevere e onorare il messaggio.

Il primo che dice: vedete, Berlusconi non è finito e, in conseguenza di ciò, crolla la Borsa e s’impenna lo spread, non è un cretino normale, è un terrorista della parola. Uno che non capisce d’essere minoranza di una minoranza. Da questa situazione dobbiamo uscire, il che comporta costi da una parte e dall’altra. Al sorgere del governo Monti (nato dal fallimento del governo Berlusconi) fu la sinistra a impedire la presenza dell’accoppiata Amato-Letta, in funzione di garanti politici per i due poli. Fu un tragico errore, che poi ha partorito la trasformazione del governo in lista. Quindi la sconfitta. Una presenza di quel tipo avrebbe, fra le altre cose, consentito un passo decisamente europeista, da noi reclamato e dal governo ignorato: la negoziazione anticipata dello scudo. Lasciamoci il passato alle spalle, ma è da lì che si deve ripartire. Non una grande coalizione contro Grillo, che sarebbe una sciocchezza pari all’idea che si possano usare i parlamentari di 5 Stelle per alimentare una stagione di tragicomico trasformismo. Ma un governo che tenga in sicurezza i conti e avvii il taglio della spesa (si può, perché senza contrapposizioni frontali c’è grasso inutile da eliminare). Con una maggioranza che faccia quello che non è stata capace di fare dal novembre 2011: riforme costituzionali per rendere più forte il governo, meno ripetitivo il bicameralismo, più sensata l’articolazione degli enti locali, quindi, a coronamento, una coerente legge elettorale (se non sono capaci di scegliere usino una moneta: testa uninominale, croce doppio turno).

Se uno solo avesse vinto ci saremmo trovati con un governo retto da un quarto dei voti reali. Può capitare (capita) in Inghilterra, sarebbe pericoloso in Italia, con questo sistema istituzionale. E’ andata diversamente. Pd e Pdl hanno preso sganassoni. Il primo, fra loro, che canta vittoria va ricoverato. Ma restano i due pali su cui poggiare un ponte che porti verso una diversa Repubblica. Hanno il dovere di essere all’altezza, anche se a guardarli non ci si crede. L’alternativa, del resto, è che diventino segatura.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario