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Un Paese dalle ore contate

Da che parte si esce?

Votiamo. Presto. Solo così si potrà impostare ciò che serve per uscire dallo stallo

di Davide Giacalone - 13 ottobre 2011

Per Jean-Claude Trichet le nostre ore sono contate. Per il Parlamento italiano sono cantate. Per il presidente (uscente) della Banca centrale europea la speculazione sui debiti sovrani dei Paesi piccoli e deboli ha innescato una reazione a catena, aggredendo anche l’Italia, Paese grosso e ricco, quindi mettendo in crisi le banche di quanti si sentono al riparo, la cui ricapitalizzazione sarà una nazionalizzazione, com’è avvenuto, da ultimo, con Dexia, la quale esporrà alla speculazione chi ne era stato risparmiato. Per questo abbiamo le ore contate: o si spezza la catena delle reazioni o diventerà troppo pesante e ci porterà a fondo.

Tutti. Ma Montecitorio è un’isola felice, dove s’intonano coretti alticci e si gioca a fregacompagno, contando sulla vita lunga, bella e a spese altrui. Il governo che si frega da solo, complice il ministro proponente la legge in discussione, non merita commiserazione. L’opposizione che esulta per il nulla, confermandosi capace di opporre ma non di proporre, non merita considerazione. Da che parte si esce?

Il governo è finito da tempo. “Così colui, del colpo non accorto, andava combattendo, ed era morto”. Se ci troviamo a vivere una così lunga agonia è anche a causa dell’assenza di fiducia fra Palazzo Chigi e il Quirinale. Ci fosse stata, avremmo già votato. Da quel dì. La maggioranza resiste, ma è capace solo di quello. Da dentro il centro destra non giungono segnali di vita che inducano a crederlo capace di costruire l’alternativa a sé stesso: Giulio Tremonti poteva essere un punto di riferimento fino a prima dell’estate, quando ha cominciato a precipitare; con tutto il possibile rispetto, non sarà certo Claudio Scajola a guidare la rottura e la sostituzione del capo, perché egli stesso sarebbe polverizzato in un nanosecondo, se quello smettesse di far da diga; gli altri malpancisti non saranno mai in grado di uscire dall’evidente contraddizione d’avere un ruolo politico in tanto in quanto esiste Berlusconi, sicché costruirne la sostituzione si chiama tradimento. Forse adesso è più chiaro quel che succede alle democrazie che pensano di potere rinunciare ai partiti.

L’alternativa del governo tecnico non c’è, perché le mancano due cose essenziali: un programma condiviso e una maggioranza parlamentare. L’unica cosa che unisce l’opposizione è la voglia di cacciare Berlusconi. Più che un governo di salvezza ne vogliono uno di sepoltura. L’alternativa di un governo politico fa a cazzotti con il sistema elettorale: se non è un cambio generato dal centro destra diventa uno sberleffo al voto popolare. Nella confusione fiorisce un nuovo genere letterario: gli appelli indignati. Chi ha i soldi li pubblica sui giornali, gli altri s’affidano al barista. Fra poco, però, si troveranno tutti a fare i conti con la possibilità che l’inetto governo di centro destra sia sostituito dalla trimurti Bersani-Di Pietro-Vendola. Sai che goduria! Certo, ci vorrebbe una destra seria e capace, attenta al mercato, e una sinistra affidabile e coerente, attenta alla società. Ma non ci sono, o, meglio, quel che c’è è sopraffatto da servilismi ed estremismi. Che viaggiano in coppia e speriamo in coppia si schiantino. E allora?

Allora si voti. Presto. Il governo resti quel che è, senza ulteriori faide fra perdenti, senza sostituzioni prive di prospettiva. Trichet ha ragione: il tempo corre e non ne resta abbastanza per perderlo in regolamenti di conti fra incoscienti. Votiamo. Il primo partito sarà quello del rifiuto. Contiamo sul fatto che fra gli altri non ci siano solo rifiuti, sicché si possa impostare quel che serve: la riforma profonda della nostra governance, perché sotto questo strato d’inutilità c’è un Paese ancora vivo. E stufo.

Pubblicato da Libero

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