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L’Italia invecchiata dalla retorica

Da Celentato a Celentano

I tanti sgommati (non solo politici) che continuano a sommergerci

di Elio Di Caprio - 24 febbraio 2012

E’ possibile che non abbiamo altro di meglio che ricorrere al solito Adriano Celentano per far fare soldi ad una Rai in dissesto nonostante il canone che neppure si riesce da decenni a rendere obbligatorio e poi ci imbastiamo su dibattiti su dibattiti su ciò che il cantautore voleva dirci e sulla libertà di espressione? Neppure la crisi economica, neppure i cosiddetti professori al governo sono riusciti a cambiare il clima generale, sono lì da poco tempo ed hanno altro da pensare, devono saltare tra un ostacolo e l’altro con qualche inciampo di percorso, hanno il compito pressocchè arduo di dimostrare d’essere una compagine coesa che sa quello che vuole e tira dritto per fare l’interesse di tutti, finalmente senza veti e condizionamenti partitici.

Ma poi bisogna riconoscere che è più facile o meno difficile rappresentare all’estero una coesione di governo ufficiale e seria dopo la stagione berlusconiana durata fino allo scorso novembre che dare inizio ad un nuovo corso che si vorrebbe di responsabilità collettiva all’interno del Paese Italia. In quale altra Nazione europea avrebbero tanto successo gli imbonitori o i predicatori alla Celentano, suscitando da decenni improbabili schieramenti pro o contro basati sul nulla? Almeno negli USA, patria di tanti predicatori per credenti creduloni i programmi televisivi che li riguardano sono soltanto un omaggio al pluralismo delle opinioni, ma nessuno si sognerebbe di dar loro tanta importanza da volerne interpretare per settimane il recondito pensiero o per far discendere da esso chissà quale manifestazione di nuove filosofie di vita. Succede ( ancora) in Italia e nulla di simile è dato registrare nei Paesi europei a noi più vicini. Può essere di moda o liberatorio lo sberleffo ai danni delle istituzioni, a qualunque istituzione ( di questi tempi si salva, per suo merito, il solo Giorgio Napolitano), oppure difendendo o assalendo i cattolici e la Chiesa a seconda delle convenienze – come ha fatto e fa Adriano Celentano- pensando di lanciare un messaggio anticonformista che rivelerebbe in anticipo il nuovo vento che sta per soffiare su tutti noi, ma poi si fa fatica a distinguere tra guitti e pensatori.

Solo da noi i comici come Beppe Grillo diventano leader di partito di spessore ( si fa per dire), solo da noi ex magistrati di successo, come Antonio Di Pietro, fondano partiti proclamandosi portatori del nuovo ad ogni costo contro tutti ergendosi a paladini del bene comune. Nel Paese degli Scilipoti ci sta poi tanto male un cantante-pensatore come Celentano che per giunta viene profumatamente pagato per le sue escursioni pseudo-idelogiche che vorrebbero rompere il veto delle tante ipocrisie che accompagnano ogni vivere collettivo? Parlano tutti, talora a vanvera e perché non potrebbe comunicare l’Adriano nazionale? Del resto sono pochi a rilevare la contraddizione sulla presunta libertà che verrebbe assicurata ai tanti guitti alla Celentano solo perché altrimenti dimostreremmo di essere un Paese ottuso pronto sempre a censurare il pluralismo del “pensiero” altrui e la condizione di sudditanza o di poca libertà che i mercati e/o l’Europa ci hanno imposto negli ultimi mesi nel nostro stesso interesse, come viene continuamente sbandierato. Ebbene, sì, siamo ancora il Paese degli innocui e facili sfogatoi alla Celentano e quello della serietà “fondante” di Mario Monti alla continua ricerca di recuperare una credibilità perduta.

Quale è il paese reale, quello di Celentano che ancora pensa di trascinare l’opinione pubblica con le comparsate ingiallite di venti o trenta anni fa o quello di Monti che mette tutti in riga per i sacrifici richiesti se vogliamo restare un Paese libero o meno dipendente? Riuscire a capire di più della situazione presente dalle informazioni che ci piovono addosso non aiuta certo a rasserenarci sulle incognite del futuro. A sentire e a dar credito ai sondaggi esisterebbe una gran parte dell’opinione pubblica, tendenzialmente di sinistra o antiberlusconiana, che finora si è rifugiata nei programmi “alternativi” di critica offerti dai canali televisivi nazionali o commerciali, se non altro per sentire qualche voce fuori dal coro della propaganda ufficiale ed è perciò pronta a dare credito ad ogni manifestazione di dissenso.

Tutto bene fin quando il pluralismo dell’informazione combatte contro le notizie addomesticate provenienti dai partiti al potere e la televisione è ancora l’arena in cui si forma principalmente l’opinione pubblica. Ma difendere, qualunque cosa dicano, i tanti “sgommati” alla Celentano che ancora imperversano in nome della libertà e del pluralismo sconfessa proprio coloro che avevano attribuito fino a ieri ogni male possibile al solo format berlusconiano senza accorgersi che i telepredicatori ed i santoni esistevano già prima del Cavaliere e che la retorica imbonitrice non acquista un valore liberatorio solo perché si esercita contro gli avversari politici del momento.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario