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La mano di Obama protesa verso Raul Castro

Cuba, l’America e la nuova distensione

Che la mossa aperturista preluda alla fine dell’embargo e delle pendenze della Guerra fredda?

di Massimo Teodori - 15 aprile 2009

La decisione del presidente Obama di consentire ai cubani residenti negli Stati Uniti di recarsi quando vogliono nella loro isola e di inviare alle famiglie aiuti in denaro senza limiti, segna l’inizio della rimozione di quei residui di Guerra Fredda durata mezzo secolo, anche dopo la caduta dell’Unione Sovietica e del comunismo internazionale.

Il conflitto tra Stati Uniti e Cuba non è stato cosa di poco conto, Nel 1962 il mondo scivolò sul baratro della distruzione nucleare in seguito alla pretesa del leader sovietico Kruscev di impiantare missili con testata atomica sull’isola che dista meno di un centinaio di chilometri dalle coste americane. Allora, fortunatamente, la mano ferma e il sangue freddo di John Kennedy impedirono lo scontro tra i due colossi, per cui Cuba restò confinata in una nicchia del continente americano collegata sì con l’Unione Sovietica e gli altri paesi comunisti, ma depotenziata da un isolamento tutt’altro che splendido.

Oggi, l’apertura del Presidente democratico verso Cuba è parte della politica di distensione nei confronti di quei paesi, - mediorientali, latino-americani e asiatici - che in questi decenni sono stati animati da sentimenti antiamericani ed hanno promosso azioni ostili di carattere politico, propagandistico o addirittura militare, come nel caso del terrorismo culminato nell’11 settembre 2001.

La Cuba, che i barbudos di Fidel Castro conquistarono cinquant’anni or sono rovesciando il regime corrotto di Fulgencio Batista, è rimasta a lungo una sorta di reperto archeologico del comunismo. Si tratta di un paese afflitto dalla povertà e dalla fame, privo di democrazia e diritti civili, con migliaia di detenuti politici e con una prostituzione divenuta industria nazionale, costretto a importare generi di prima necessità per un valore quattro volte superiore alle esportazioni: insomma una nazione disastrata per ragioni intrinseche molto più che dall’embargo degli Stati Uniti.

L’attenuazione della stretta americana sul regime castrista, ormai guidato dal fratello Raul, risponde a un duplice interesse, nazionale e internazionale. Per un verso i due milioni di esuli cubani che vivono negli Stati Uniti, prevalentemente in Florida, desiderano la liberalizzazione dei rapporti con i loro connazionali sull’isola, nella convinzione che la riapertura delle comunicazioni tra la democrazia americana e la dittatura cubana, prima o poi, produca un ammorbidimento se non la caduta del regime. Nulla è più conservatore nei regimi autoritari che l’isolamento che genera l’appello alla resistenza di fronte al nemico esterno.

Per un altro verso agli Stati Uniti interesse scoraggiare la saldatura di un nuovo fronte anti-americano in America Latina, formato dai regimi populisti e parasocialisti come quello venezuelano collegati con il castrismo cubano, il tutto condito dalla solidarietà petrolifera degli islamisti fondamentalisti. Aprire le porte a Cuba significa quindi, per gli americani, inserire un cuneo nei progetti terzomondisti che, in situazioni diverse, tendono a riprodurre gli antagonismi del vecchio mondo bipolare.

Gli analisti internazionali si interrogano se la mossa aperturista preluda alla fine dell’embargo. Nelle relazioni internazionali tra Stati - anche tra la minuscola Cuba e la potenza statunitense – c’è sempre un dare e un avere. Obama ha proteso la mano come aveva promesso nel discorso inaugurale. Ora Raul Castro deve rispondere con un gesto corrispondente, al tempo stesso simbolico e concreto, possibilmente riguardante i diritti umani e i prigionieri politici. Se tutto ciò avvenisse, significherebbe che anche le ultime pendenze della Guerra fredda sono sul punto di scomparire.

Pubblicato come editoriale da “Il Tempo” il 15 aprile 2009

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