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Public Policy

L'Italia in bilico tra due pericoli

Crisi politica e finanziaria

Un colpo inferto al Paese proprio alla fine della sua convalescenza.

di Angelo De Mattia - 24 gennaio 2008

C’è il rischio oggi di una convergenza tra crisi politica ed esposizione disarmata alla crisi internazionale delle Borse e della finanza? Concentriamo l’attenzione, con un riferimento al passato, sugli effetti del “mastellismo” limitatamente alla posizione del Paese di fronte alle turbolenze finanziarie globali. Nella disamina si affollano le analogie con altre crisi. Samuelson pensa agli anni ’70. Altri ricordano il Black Monday del 19 ottobre 1987, ovvero il 1998, con la crisi in Russia e il dissesto del fondo speculativo americano Ltcm, ovvero ancora il 2000 con lo sgonfiamento della bolla della new economy. Qualche altro torna ai raffronti con la crisi del 1929 che, tuttavia, sembra presentare minori possibilità di similitudini. E il 1992? Allora si registrò una combinazione intensa di instabilità politica e di gravi rischi finanziari: crisi politica, crisi economica e finanziaria, Tangentopoli, rapporti conflittuali tra e nei poteri dello Stato. La miscela fu devastante. Il governo Amato adottò provvedimenti di assoluta drasticità; la Finanziaria fu durissima. La Banca d’Italia – caso unico nella storia – fu costretta, mentre la lira era oggetto di straordinari attacchi speculativi con pesantissime perdite di riserve, ad intervenire con una nota del Governatore Ciampi per rassicurare – rispetto alla stessa condotta del governo, divenendone così garante – mercati, operatori, cittadini, gli altri paesi. Dopo lunghe discussioni su governo tecnico o istituzionale o di transizione, lo sbocco fu la chiamata nell’aprile del 1993, da parte del presidente della Repubblica Scalfaro, di Carlo Azeglio Ciampi alla guida di un Esecutivo tecnico. Egli, dopo un governatorato lungo 14 anni e una vita nella Banca centrale, immediatamente si dimise dalla carica di Governatore senza minimamente pensare ad un temporaneo distacco consentito dalla “legge Einaudi”. Condizione preliminare era stata l’unanimità delle forze politiche. Si trattava di una chiamata in nome della “salus rei publicae”. Ciampi non avrebbe accettato una chiamata di una sola parte politica. De te fabula narratur? Niente affatto. Ci sono elementi comuni con l’oggi, ma dal 1992, pur senza giungere a una stabilizzazione del sistema politico, molti e significativi progressi sono stati compiuti nel campo economico istituzionale, a cominciare da quello più rilevante, l’adesione all’euro. Nei 15 anni successivi al ’92, soprattutto per merito delle forze di centrosinistra, politiche e regole nuove hanno operato per frenare il declino, per interrompere il bradisismo, per dare un volto più avanzato al paese con l’usbergo della partecipazione all’eurosistema. E’ stato avviato il risanamento dei conti pubblici; si è affermata la strategia anti-inflazionistica, presupposto di politiche per la crescita. E’ stata promossa un’azione riformatrice. Sono stati introdotti, con innovazioni normative, assetti nei controlli della finanza, possibili antidoti alle crisi. Da ultimo, con il governo Prodi, pur tra contraddizioni, duri contrasti e ogni sorta di ostacoli, il Paese si è in qualche modo rialzato. Non è più il “sick man” di cui qualche anno fa parlò la stampa anglosassone. E ora, alla fine della convalescenza, sta concludendo il risanamento; ha iniziato ad aggredire i nodi strutturali dell’economia; si accinge a incidere su produttività, salari, fisco, con il fine ultimo del rilancio della crescita e della redistribuzione. Ma se la crisi finanziaria internazionale è innanzitutto crisi di fiducia, se essa trova una delle sue cause nell’opacità della situazione in cui tuttora resta il comparto finanziario soprattutto negli Usa, se non si dispone a tutt’oggi di un quadro delle diverse entità fuori bilancio delle grandi banche, allora è la reazione dei governi e delle istituzioni, nazionali e internazionali, che è necessaria per fare chiarezza, per infondere fiducia, risanare, adottare concrete politiche di rilancio. Nessun paese dell’Europa, tantomeno l’Italia, può ritenersi immune da una crisi che probabilmente si svilupperà ancora a ondate. E affrontare i rischi incombenti in una condizione di forte precarietà politico-istituzionale è gravissimo. E’ come se, di fronte agli eserciti stranieri nei secoli delle invasioni, i governanti avessero abbandonato il campo. Si dice che le crisi hanno, tutte, loro peculiari caratteri, e che è impossibile prevenirle. Se ciò fosse vero, se ne dovrebbero trarre conseguenze assai amare sul ruolo degli Organi di controllo. Non dovrebbe essere, invece, ineluttabile il dilagare di tali fenomeni. E’ illusorio pensare di superarli con le leve dei poteri pubblici, ma un’azione di contrasto deve essere possibile e richiede Esecutivi stabili, che ispirino fiducia, con una prospettiva di durata e con capacità di avere voce su ciò che l’Europa e gli organismi finanziari internazionali dovrebbero fare (diversi economisti criticano la Bce; Roubini ha detto che l’Italia è sull’orlo della recessione). Del resto, attrezzarsi contro le turbolenze finanziarie può diventare anche un’opportunità per l’azione riformatrice e per le linee di politica economica. C’è del metodo nella follia di inferire un colpo al Paese proprio verso la fine della sua convalescenza e mentre l’assalto di nuovi batteri è incombente. Si rischia di riportare ancora indietro, così, anche le irrisolte questioni della rappresentanza politica, dei meccanismi elettorali e del funzionamento degli organi costituzionali. Con buona pace anche della tutela del risparmio, sancita dalla Costituzione il cui Sessantesimo anniversario è stato celebrato con alte parole dal presidente Napolitano.

Pubblicato da L"Unità del 24 gennaio

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