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Per non cedere al panico collettivo

Crisi finanziaria: è effetto domino?

C’è la paura dei mercati. Ma anche quella dei cittadini. Alla politica il compito di arginarle.

di Enrico Cisnetto - 01 ottobre 2008

Che relazione c’è tra il precipitare della crisi finanziaria internazionale – riassunta nella giornata più drammatica degli ultimi 11 anni per le Borse di tutto il mondo, e diventata molto europea con la tri-nazionalizzazione (Belgio, Olanda, Lussemburgo) della banca Fortis e con il salvataggio semi-pubblico della tedesca Hypo (mutui) – l’andamento della campagna elettorale americana, il trionfo in Austria della destra populista e anti-europea e la crisi dei cristiano-sociali della Csu in Baviera? Apparentemente niente. In realtà, è facilmente leggibile un rapporto di causa ed effetto che ha alla base il sentimento della paura.

La paura, anzi il panico più assoluto, di cui sono preda i mercati finanziari – e che rischia di travolgere non solo banche, assicurazioni e fondi che avevano fatto il passo più lungo della gamba, specie sul terreno dei prodotti finanziari legati all’immobiliare, ma anche quelle sane i cui titoli crollano ugualmente in Borsa – e la paura del presente e del futuro che si sta diffondendo in modo crescente tra i cittadini europei, e in particolare in quella piccola e media borghesia che più di ogni altro ceto sociale ha pagato o immagina di dover pagare il prezzo più alto al processo di globalizzazione in atto. Finora queste “due paure” si sono “parlate”, in qualche misura la seconda è anche figlia della prima, ma non si sono sommate l’un l’altra. Finora. Ma guai se questo dovesse accadere. Se, cioè, la Politica (con la maiuscola), e più in generale le classi dirigenti, dovessero dimostrarsi incapaci di evitare che si generi una psicologia collettiva negativa, che preconizza nuove povertà, che si terrorizza all’idea di un ritorno della miseria in un Occidente abituato alla tranquillità e all’agiatezza.

Vi chiederete: ma davvero corriamo questo pericolo? A guardare il comportamento dei mercati, parrebbe proprio di sì. E’ vero, sono stati commessi molti errori: si è lasciato crescere a dismisura un sistema finanziario autoreferenziale, opaco e privo di controlli efficaci; non si è evitato che alla bolla speculativa della new economy, saggiamente sgonfiata tra il 1999 e il 2000 dall’allora numero uno della Federal Reserve Alan Greenspan, si sostituisse quella immobiliare, all’origine dei guai che da 14 mesi affliggono l’economia mondiale; non si è stati capaci, una volta emersa la fragilità del modello di business basato sul debito, di intervenire drasticamente ad accorciare la dimensione della leva finanziaria; non si è imposto con sufficiente energia al sistema creditizio di esporre con chiarezza le proprie posizioni sulla finanza derivata, lasciando così immaginare che molta fosse la polvere sotto il tappeto.

Ma tutto questo non giustifica ondate di vero e proprio panico come quelle di ieri, giornate in cui le banche centrali possono fare annunci e interventi di qualunque genere, possono immettere liquidità nella misura più grande possibile, che tutto appare inutile, o addirittura controproducente (della serie: se le autorità intervengono allora vuol dire che la crisi è ancora più grande), fino a innescare un gigantesco “effetto valanga”. Le conseguenze di questo panico, poi, si ripercuotono oltre che sui mercati – e come si sa l’economia è fatta soprattutto di aspettative – anche sui comportamenti delle persone, intese come consumatori – che rinunciano a spendere, anche quando possono, facendo così crollare la domanda come è accaduto negli Usa e in Europa – e come cittadini, sugli orientamenti dei quali attecchiscono parole d’ordine isolazionistiche di gruppi e leader politici che fanno leva sulla paura della globalizzazione e su comprensibili ma sbagliati risentimenti nei confronti di “nemici esterni” veri o presunti.

Il voto in Austria e in Baveria di questo fine settimana certifica, come a suo tempo il risultato del referendum in Francia e in Olanda sulla costituzione europea, l’esistenza di queste pulsioni. Occorre, però, che la politica dia risposte che sappiano rianimare la fiducia dei cittadini. Guai a far prevalere la sfiducia, così come hanno fatto tanto Obama quanto McCain quando nei giorni scorsi hanno mostrato di non avere uno straccio di idea su come far uscire l’America dalla crisi finanziaria, anzi di volerla strumentalizzare nella campagna elettorale: il risultato è stato il virtuale fallimento del piano Paulson prima ancora di essere deliberato e attuato. Per questo, bisogna che l’Europa capisca che non c’è tempo da perdere. Bene, dunque, Sarkozy che stamattina vede all’Eliseo i dirigenti dei principali gruppi bancari e assicurativi francesi. Bene che sempre oggi sia stato convocato in Italia il comitato per la stabilità finanziaria (Tesoro, Bankitalia, Consob, Isvap), anche se suonano rassicuranti le parole di Berlusconi sul basso tasso di finanziarizzazione del nostro capitalismo manifatturiero.

Ma occorre fare di più: ha ragione il ministro Tremonti quando suggerisce una riunione allargata del G8, che potrebbe decidere la creazione di un fondo mondiale per ridare stabilità al sistema finanziario e nel contempo rivederne modelli di funzionamento e regole. Bisogna convincere tutti, operatori dei mercati e semplici risparmiatori, che si sta facendo sul serio, sapendo che in questo momento di tutto abbiamo bisogno meno che della solita discussione tra mercatisti e statalisti. Anche perchè sono entrambe ricette fallite.

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