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Public Policy

Un problema capire chi può rappresentarci

Crisi di governo in crisi

Ormai siamo al termine di una stagione politica

di Davide Giacalone - 07 novembre 2011

Ci s’appresta ad una crisi di governo fra le più singolari. Primo, perché cade un governo già caduto da un pezzo, ma rimasto impalato in quanto dotato di maggioranza parlamentare e sprovvisto d’opposizione decente. Secondo, perché cade esattamente nel momento in cui s’appresterebbe, sebbene in ritardo e spinto a calcioni, a far quel che avrebbe dovuto fare di slancio e con entusiasmo, fin dall’inizio. Terzo, perché gli si può ancora rimproverare di non far tutto il dovuto, ma quelli che lo vogliono in crisi, che ce l’hanno sul gozzo da sempre, considerano financo troppo il poco che s’è visto. Quarto, perché lo si accusò di prendere i voti di parlamentari mossi da convenienza, e ora lo si fa cadere sgambettandolo con la risacca del trasformismo parlamentare, che merita di subire dopo averlo sfruttato, non avendo avuto occhi e testa per capire quel che vedemmo: tradire il già falso bipolarismo del maggioritario portava dritto alle decomposizione di un intero mondo politico. Quinto, infine, perché cadrà senza che nessuno abbia detto cosa cavolo fare di alternativo e a chi diavolo affidare la guida del Paese. Il tutto, badate bene e, se vi resta la voglia, divertitevene: perché la situazione è grave e si deve fare in fretta. Se combinate queste premesse con la non propriamente coerente ultima considerazione, ne trarrete la conclusione che non si sta cercando chi governi, ma chi rappresenti in Italia il mandato commissariale di altri.

Il che, intendiamoci, potrebbe anche andare bene, perché è meglio essere amministrati da chi è portavoce d’interessi forti rispetto all’esserlo da chi parla a vanvera. Ma il dubbio è: chi è che ci commissaria? L’Europa? Non esiste. L’asse franco-tedesco? Fra poco si divideranno. La Banca centrale europea? C’è appena arrivato un italiano, che ha abbassato i tassi d’interesse di un quarto di punto, facendo l’unica cosa possibile visto che non è una vera banca centrale, ma, attenti, altri quattro passi di quel tipo e siamo sui tassi statunitensi: fine della corsa, poi mancano gli stimoli. Ci commissaria il Fondo monetario internazionale? Equivarrebbe a dire che commissaria l’area dell’euro. Chi, allora? Siamo a: Franza o Spagna purché si sparagna. Saremo monitorati dal Fmi. Che bello, così, forse, qualcuno terrà i conti. La memoria corre al ministro del tesoro di un tempo, che si trovò di fronte ad una delegazione di quel fondo, che ci aveva fatto un prestito e pretendeva di sapere cosa il governo intendeva fare, quali erano i programmi e di seguirne l’attuazione. Si rifiutò di riceverla, mettendola alla porta. Si chiamava Ugo La Malfa, era il più rigoroso fra i politici dell’epoca (riteneva che non si dovesse far crescere né il debito pubblico né la spesa assistenziale e pensionistica, gli avessero dato ascolto!), ma pensava che l’onore nazionale non consentisse di far sottostare i governanti ai commissari del Fmi. Altri tempi, altre persone. Ora si fa un giochino diverso: chi governa vuole accoglierli e chi si oppone li reclama, salvo poi nessuno volere fare (almeno spontaneamente) quel che serve per non restare in questa umiliante posizione. Il governo già in crisi cadrà, ma chiunque altro non potrà che fare quel che già è stato descritto e annunciato. Basterà leggere le epistole. Quelli che lo faranno cadere proporranno di mettere in pratica i citati impegni con una grande coalizione di salvezza nazionale, dicendo due bugie in una: non credono affatto di voler fare alcunché in compagnia di chi si sarebbero appena liberati e, comunque, quella roba lì non vorrebbero farla proprio.

Visto che durante il fine settimana i mercati chiudono, per non farvi mancare di che essere turbati, vi propongo il seguente dilemma: preferite la tassa patrimoniale o il prestito forzoso? Ma, prima ancora: riuscite a capire la differenza? La prima sarà il pane del nuovo governo, la seconda l’ostia di quello che se ne andrà. Prendetene e pagatene tutti. I due provvedimenti, si dice, colpiranno solo i “ricchi”. Categoria che, a leggere le dichiarazioni dei redditi, in Italia non esiste, o è composta da pochi fessi. Pensateci con comodo, tanto cambia poco e nulla.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario