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Il Belpaese potrebbe rientrare nella black list

Crisi, allarme alto

Se la Grecia sta male, l’Italia non se la passa bene

di Enrico Cisnetto - 14 dicembre 2009

Che l’Italia non sia la Grecia è evidente, ma altrettanto dovrebbe esserlo che non si possa far conseguire dalla crisi di Atene un buon voto alla nostra politica economica di questi anni. Primo perché se la Grecia sta male, l’Italia non se la passa bene, e le differenze tra i due paesi – che pure esistono, è bene ripeterlo a scanso di strumentalizzazioni – non sono poi così abissali, tanto più in termini di debito e di sua sostenibilità. In secondo luogo, perché è l’eccesso di indebitamento mondiale a doverci preoccupare, come ha fatto bene a ricordarci il Governatore Draghi.

Partiamo proprio da quest’ultimo punto. In due soli anni le sette economie più grandi del mondo hanno quintuplicato il loro deficit corrente, portandolo dal 2% al 10% del pil. Sempre dal 2007 a oggi, il debito pubblico dei paesi Ocse è cresciuto di oltre un terzo rispetto al pil (dal 74% al 100% e più), tanto che si prevede che nel 2010 gli Usa arrivino al 77%, al Gran Bretagna all’82%, Eurolandia all’84% (con l’Italia al 120%) e il Giappone al 175%. E questo senza considerare i debiti di famiglie e imprese. Insomma, mentre cerca di mettersi alle spalle la recessione, e in buona misura c’è riuscito, il mondo rischia di tornare nel pieno di una crisi finanziaria sistemica proprio per effetto dell’incongruente strategy con cui ha affrontato l’esplosione della bolla immobiliar-finanziario-creditizia: aver creato tanto nuovo debito per curare il precedente eccesso di indebitamento, pubblico e privato.

E siccome finora non è arrivata quella fiammata inflazionistica che – ovviamente sulla pelle delle persone – avrebbe potuto ridurre l’effetto di questa “droga per curare droga”, il rischio è che se ne paghino le conseguenze in termini globali. Ecco perché prima il Dubai e ora la Grecia, sapendo che anche altri paesi, soprattutto dell’Est europeo e del Sudamerica, sono nella black list. Lista in cui l’Italia non c’è. Ma questo non significa che non sussistano motivi di preoccupazione.

Per esempio, se è vero che il rapporto deficit-pil greco è oggi più che doppio rispetto a quello italiano, il rapporto debito-pil invece è simile (circa il 120%), con l’aggravante che in termini assoluti il nostro debito è sette volte maggiore. Certo, i titoli di stato greci pagano uno spread rispetto a quelli tedeschi di 200 punti base, mentre i nostri sono tra 80 e 90, ma peggio di noi è messa solo l’Irlanda (che ha rischiato il default) a circa 170 punti, quota che anche i Btp hanno toccato nel recente passato. Inoltre, sapendo che il Trattato di Maastricht prevede il “no bail-out” (gli stati membri dell’unione monetaria non hanno alcun obbligo verso i debiti di ciascuno), sarà bene tenere a mente che un conto è sistemare un problema da 240 miliardi (debito greco) e un altro è farsi carico di uno da 1700 (Italia), tanto più se quel paese ha invece un ingente risparmio privato.

Ripeto: finora l’allarme Italia non è suonato. Ma compiacercene non serve a nulla, anzi. Infatti, nel rapporto tra il deficit e il debito con il pil contano non solo i due numeratori ma anche e soprattutto il denominatore, senza sviluppo quei parametri sono destinati solo a peggiorare. E noi la crescita non l’avevamo sufficiente prima della crisi, tanto meno l’abbiamo ora.

Certo, aver evitato che crescessero ulteriormente anche deficit e debito è stato opportuno, ma non far nulla per aumentare il pil è errore non meno grave che far correre la spesa senza copertura. E ci avvicina pericolosamente alla Grecia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario