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In acque mediterranee si gioca l’Europa

Crimine tunisino

Non si può governare il dramma con sotterfugi, che, oltre tutto, danneggiano i nostri interessi

di Davide Giacalone - 07 aprile 2011

La Tunisia sta commettendo un crimine contro l’umanità. E’ la formale inerzia di quel governo, che si traduce nel sostanziale sostegno ai mercanti di carne umana, ai commercianti di clandestini, che prepara stragi e compromette la sicurezza degli esseri umani e delle frontiere. Se la smettessimo di maneggiare la questione con la mente impegnata esclusivamente alle beghe di casa nostra, se evitassimo la meschineria di farne strumento per dimostrare le incoerenze della sinistra (con il sì all’accoglienza e il no dei loro amministratori locali), o di quelle della destra (con i proclami di respingimento e la realtà degli ingressi in massa), forse saremmo in grado di porre il problema, all’Unione Europea, in modo corretto: non si tratta di aiutare noi italiani a fronteggiare gli sbarchi e gestire gli smistamenti, ma di stabilire se dopo avere applaudito dei presunti democratici si possa poi accettare che gli stessi procedano al mandare i disperati per mare, mettendo in conto che affoghino.

Ho l’impressione che a molti politicanti sfugga, ma continuare a far paragoni con il nostro passato d’emigranti è una doppia offesa: agli italiani e ai governi d’allora. I nostri emigranti partivano per andare a lavorare, portando spesso con sé la famiglia e sempre i documenti. I nostri governi ebbero politiche più o meno efficaci, ma non si arresero mai all’idea che i cittadini potessero crepare cammin facendo, i bastimenti partivano fra le lacrime e le speranze, ma non di nascosto. Si moriva nei passi alpini, ma perché sfuggiti alla sorveglianza di frontiera, non perché colà spinti. Quindi, la finiscano di dir spropositi.

La nostra Guardia Costiera ha salvato decine di persone. Ne siamo orgogliosi. Ma mica possiamo pattugliare il Mediterraneo a nome dell’umanità intera. Gli annegati di oggi non sono i primi e non saranno gli ultimi. Se le autorità dell’Unione, a cominciare dalla Commissione, non si sbrigheranno a manifestare la loro esistenza in vita, e se non la smetteranno di pensare che si sia noi italiani ad avere bisogno d’aiuto, invece che i tunisini di diffide immediate, sarà segno che sono morte. Ammesso che siano nate. Si deve essere ottusi, o burocrati (e l’una cosa non esclude l’altra), per non comprendere che in quelle acque si gioca l’Europa assai più che in una scalata in Borsa o nella misurazione delle zucchine.

E’ vero, il governo tunisino è transitorio. S’è insediato dopo la cacciata del presunto tiranno (nel corso del cui governo il reddito interno è cresciuto e i cittadini non erano instradati ai barconi, semmai bloccati). Ma proprio perché provvisorio dovrebbe essere maggiore l’attenzione internazionale. Non assente, come capita oggi. Né si deve considerarlo un problema bilaterale, essendo invece globale.

Non si può e non si deve governare il dramma con furbate e sotterfugi, che, oltre tutto, danneggiano i nostri interessi. Noi non vogliamo bloccare l’immigrazione, che ci serve, ma non possiamo tollerare la clandestinità. Dovremmo essere noi a scegliere chi far entrare, individuando le professionalità che c’interessano, non essere scelti come zattera in cui disperdersi e da cui ripartire. Se concediamo permessi temporanei, accettando il fatto compiuto degli sbarchi, vuol dire che abbiamo già abrogato la legge del 2009, che introduceva il reato di clandestinità.
In quella legge, lo scrivemmo, c’è un errore: prevedendo la sola pena pecuniaria si rinuncia all’arresto, il che spiega lo sconcio di Manduria, da dove i clandestini vanno via sotto gli occhi di tutti, comprese le impotenti forze dell’ordine.

Non volevamo e non vogliamo portare i clandestini in carcere (non ne avremmo neanche lo spazio), ma dobbiamo chiarire che chi entra illegittimamente una volta non entra legittimamente mai più, e chi viene beccato, e qui li abbiamo presi tutti, deve essere respinto. Possono esserci passaggi intermedi, primo fra tutti il soccorso, ma non esiti diversi.

Infine, si deve sempre distinguere fra rifugiati e clandestini, ma quelli che smontano le navi che li soccorrono assai difficilmente sono persone che scappano dalla violenza. Piuttosto la usano. E non c’è una sola ragione al mondo per tenerceli.

Pubblicato da Libero

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