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Public Policy

Sacconi al Welfare con Ichino?

Crescita e salari

Il nuovo governo e le possibili trattative per combattere l’attuale recessione economica

di Enrico Cisnetto - 28 aprile 2008

Ormai è certo: il segno zodiacale sotto cui nasce la XVI legislatura è quello della crescita zero, ascendente recessione. Il nuovo governo dovrà dunque prioritariamente porsi il problema della crescita, non disgiunto da quello di un aumento significativo di salari e stipendi, cui affidare la speranza di una ripresa dei consumi in tempi brevi (pur senza cadere nell’errore di credere che per far ripartire l’economia italiana basti mettere benzina nel serbatoio, anziché rifare il motore). Ma per ottenere questo risultato senza compromettere ulteriormente il già precario assetto strutturale della “macchina Italia”, occorre collegare la distribuzione delle risorse all’incremento della produttività, il che a sua volta significa mettere finalmente mano al sistema delle relazioni industriali del Paese, che necessita di una ridefinizione totale dei meccanismi di contrattazione, oggi ancora legati alla modalità nazionale e troppo penalizzanti per chi vuole lavorare e guadagnare di più. E’ indubbio, infatti, che bisogna ridefinire i contratti in base alla produttività che secondo gli ultimi dati è la più bassa non solo dell’area Euro ma anche dei paesi Ocse. Così come è venuta l’ora – e bene ha fatto a sottolinearlo Lorenzo Bini Smaghi in un’intervista al Mondo – di diversificare salari e stipendi in base al costo della vita (ma evitiamo di chiamarle gabbie salariali, che non aiuta).

Il dubbio è: ci sono le condizioni di scelte così impegnative? Sul fronte delle parti sociali messaggi positivi arrivano sia da Confindustria – che con la Marcegaglia sembra tornata a una giusta dimensione “sindacale”, mettendo da parte alcune sbavature politiche rivelatesi improduttive – sia da Cisl, Uil e Ugl, già pronte a sedersi ad un tavolo con spirito costruttivo, mentre resta l’incognita Cgil, la cui posizione è però assai difficile perché nel caso di ennesimo rifiuto Epifani rischia di consegnarsi definitivamente nelle mani della Fiom (proprio ora che i referenti politici di Cremaschi non siedono più in parlamento). Ma è del tutto evidente che la materia, anche per le implicazioni di politica economica più generale, non può che essere ad appannaggio di un tavolo a tre, e che il comportamento di governo e parlamento sarà decisivo.

Dunque, per capire come andrà a finire è importante sapere chi avrà in dote il ministero del Welfare. Il più accreditato è Maurizio Sacconi, che sarebbe la persona giusta al posto giusto, anche per frenare gli “animal spirits” leghisti come quello della pasionaria Rosi Mauro, che invoca un ritorno alla scala mobile (sic!). Si lascino cadere, invece, le suggestioni “sarkoziste” che sono alla base dell’ipotesi Pietro Ichino: il pareggio elettorale non c’è stato e lo spirito costituente non si mette insieme da un giorno all’altro (tanto più che i due poli, dalla Bicamerale in poi, hanno dato ripetutamente prova di quale sia il loro approccio bipartisan). Ben venga, invece, l’ipotesi ventilata da Franco Debenedetti: dare a Ichino la guida di una commissione parlamentare ad hoc per trasformare lo “Statuto dei lavoratori” in “Statuto dei lavori”. Sacconi e Ichino lavorerebbero benissimo insieme, anche nel togliere gli alibi con cui Confindustria e sindacati hanno fin qui coperto le loro colpe nella mancata riforma dei contratti. Questo sì che sarebbe un ottimo inizio di legislatura.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario