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Crescere di più

Detassare gli investimenti delle imprese è il modo migliore per far ripartire la nostra economia

di Enrico Cisnetto - 08 ottobre 2010

“Non esiste un pericolo debito pubblico per l’Italia”. Queste rassicuranti parole, pronunciate mercoledì dai dirigenti del Fondo Monetario in occasione della presentazione del World Economic Outlook semestrale, hanno trovato conforto in un tonificante calo del differenziale di rendimento tra i nostri Btp e i Bund tedeschi a scadenza decennale, sceso sotto i 150 punti base (ieri mattina i monitor Reuters segnalavano 147) dopo che soltanto martedì 28 settembre era arrivato a 172 punti, il livello più alto dopo il record di 178 punti segnato a giugno, nel pieno della crisi greca.

Calo che, a conferma delle parole di tranquillità spese dal ministro Tremonti, è tanto più importante perché coincide sia con nuove difficoltà fatte registrare sui mercati finanziari da altri paesi europei – per esempio, Fitch ha tagliato il rating sul debito irlandese, e il premier Cowen ha dovuto preannunciare “decisioni molto difficili” – sia con le decisioni di Bruxelles, non ancora formalizzate dai governi, di un giro di vite per i paesi più indebitati.

Bene, perché in presenza di una crisi politica che si protrae da mesi e che permane anche dopo il voto di fiducia e il tentativo di Berlusconi di creare le condizioni di una prosecuzione della legislatura, tenere la barra ferma sul fronte della finanza pubblica è cosa di estremo valore e grande senso di responsabilità. Anche perché, spiega l’Fmi, i timori sui rischi paese possono facilmente far deragliare la crescita, e se la crescita si ferma nelle economie avanzate, quelle emergenti che stanno trainando il mondo intero (Fmi prevede un +4,8% quest’anno e un +4,2% nel 2011 per il pil planetario, ma solo 2,6% e 2,3% per gli Usa, 2,8% e 1,5% per il Giappone e 1,7% e 1,5% per l’Eurozona) avranno tempi difficili, rischiando così di compromettere la definitiva archiviazione della più grande recessione del dopoguerra.

E siccome la nostra crescita è stimata, sempre dal Fondo Monetario, appena all’1% sia nel 2010 che nel 2011, ecco che c’è una ragione di più per l’Italia di continuare nella politica di messa in sicurezza dei conti pubblici. Senza la quale sarebbe impossibile qualunque tentativo di rilancio dello sviluppo.

Tuttavia, lo stesso Fmi ci dice che le economie mature, come la nostra, finché non potranno contare su una forte domanda privata non potranno uscire dallo schema perverso del risanamento come fattore deflattivo e addirittura potenzialmente recessivo.

Per questo il tema rimane quello di sempre: crescere di più. Cosa non facile, visto che negli ultimi 15 anni siamo riusciti nella mirabile impresa di crescere poco – un punto di pil all’anno in meno della media Ue e due punti e mezzo in meno degli Usa – pur aumentando la spesa e il debito, cresciuto sia in valore assoluto che in rapporto al pil. Ora dobbiamo fare il contrario: accelerare pur tenendo fermi – anzi, frenando – i conti pubblici. Qui l’Fmi non ci soccorre – le ricette indicate, a cominciare dalle politiche monetarie, sono fuori dalla portata dei singoli governi – e francamente dubito che questo sia possibile con politiche ordinarie.

Perché la ripresa della domanda può essere o estera (export) o interna (consumi). Nel primo caso, la domanda è già in forte ripresa, ma viene principalmente dalle nuove economie e per soddisfarla occorre saperla intercettare. La visita del premier cinese Wen Jiabao, che finalmente sancisce un’alleanza strategica che avremmo dovuto realizzare da tempo – nel nostro interesse, il loro è ben tutelato e passa attraverso ben altri partner – è un indizio di quale politica occorre mettere in campo su questo fronte.

Conforta, per esempio, che un’operazione di straordinaria importanza come l’alleanza tra Vodafone e Huawei per il potenziamento e l’innovazione delle infrastrutture di telecomunicazioni di nuova generazione abbia come teatro l’Italia. Ma di queste operazioni dovrebbero essercene dieci al giorno ed è su questo non sui “cognati”, che dovremmo concentrare tutta la nostra attenzione. Nel caso della domanda interna, invece, sperare solo sui consumi privati è pia illusione.

Dobbiamo favorire investimenti pubblici e far crescere mercati da domanda pubblica, magari incrociando le risorse private. Cosa? Sempre Vodafone ha lanciato la banda larga via radio per coprire più della metà dei 1800 Comuni (su 8.100) che non hanno connessione Adsl. Ottimo, detassiamo investimenti di questo tipo. Vito Gamberale dice che i soci di F2i potrebbero costituire con 3 miliardi un altro fondo, orientato alle greenfield (nuove infrastrutture). Magari.

Naturalmente per far questo occorre tagliare pezzi significativi di spesa pubblica corrente. Ma non abbiamo alternative. Anzi, in mancanza, anche la diga su deficit e debito verrà travolta.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario