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Precarietà: in risposta a Tommaso Visone

Cpe francese: un rimedio esiziale

Prosegue il forum dei giovani sui valori, il lavoro e sul ricambio generazionale

di Luca Bolognini * - 14 aprile 2006

L"articolo di Tommaso Visone, in risposta al mio sulla precarietà, mi è sembrato chiaro e condivisibile, per molti versi prezioso. Solo alcune note di riscontro, in pieno accordo con le sue considerazioni, con particolare attenzione alla rilevanza politico-democratica del fenomeno sociale in atto. Nel mio articolo dedicavo - con un certo pessimismo – solo poche righe finali agli aspetti positivi del "costituirsi soggetto politico" da parte dei giovani francesi, anche se corrono il rischio di sbagliare bersaglio e di esaurirsi nella "lotta per l"aspirina": ma sono ben conscio dei risvolti delicatissimi (in questo caso anche incoraggianti) rappresentati dal muoversi su terreni politici di interi gruppi sociali, specialmente se under30.
Il governo di Parigi, d"altro canto, non mi sembra più illuminato dei suoi contestatori. Michele Salvati, qualche giorno fa sul Corriere, sottolineava la natura politica e decisamente "umana" di una scelta - quella di non far gravare la flessibilità/precarietà solo sulle nuove generazioni - che può e a mio parere deve ancora essere fatta: la condivisione del cambiamento tra tutte le fasce sociali è la condizione per scongiurare scenari davvero critici nel futuro, quando la neoborghesia potrebbe optare per rivoluzioni meno pacifiche e più drammatiche. Ecco che il Cpe, di per sé, mi sembra un rimedio non soltanto blando quanto l"aspirina (come ogni legge del lavoro non inserita in una grande riforma economica e di welfare) ma anche politicamente esiziale, puntando quella norma alla ghettizzazione delle nuove generazioni, predestinandole all"ingrato e miope ruolo di capri espiatori dello sbilanciamento occupazionale.
Vengo ai valori. Credo che la neoborghesia non potrà fare a meno della parola "welfare". Lo sviluppo, per reggersi e non gravare in maniera sbilanciata e/o disumana solo su determinate fasce sociali, dimostra oggi ovunque nel mondo la necessità di essere accompagnato, anzi costruito con il valore (perché è un valore) del welfare. Il benessere, nel senso più nobile (non certo in senso decadente).
Se dovessi allora trovare una triade di valori etici rivoluzionari per oggi e domani, direi: sicurezza (senza la quale non si è liberi), benessere (per favorire l"uguaglianza di opportunità e di riscatto), cooperazione (per un nuovo sistema di fratellanza, più vicino al concetto di squadra virtuosa).

Presidente di Società Aperta Giovani

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario