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Una coalizione generazionale forte

Costituente: impegno dei giovani

Un'occasione di risveglio della cultura politica. Il nodo fondamentale per noi under35

di Luca Bolognini * - 07 novembre 2006

Il dibattito di questi mesi, iniziato e animato da Società Aperta con l"adesione della maggioranza delle "forze illuminate del Paese", ha messo in luce un doppio stato delle cose: da un lato, la classe dirigente italiana si è accorta del tema Costituente e lo sta approfondendo; dall"altro, i cittadini in media non colgono il problema nella sua dimensione o comunque non ne comprendono fino in fondo i risvolti. Questo blocca la classe dirigente, pur consapevole ma impolitica e terrorizzata dalla perdita di consenso, e non le permette di trovare il coraggio delle grandi riforme (se non in direzioni pericolosamente populistiche).
Le ragioni per cui il sistema politico-economico italiano deve correre (non passeggiare) verso importanti modifiche degli assetti istituzionali sono tante: ben lungi dal trattarsi di una questione di mero benessere (in ogni modo necessario e auspicabile), è una sfida di sopravvivenza per il nostro Paese. La mancanza di Politica e il radicarsi di un bipolarismo bastardo, l"annullamento dei partiti, i conflitti Stato-Regioni, il calo di produttività e competitività delle imprese, una Pubblica Amministrazione pachidermica e con le zanne cariate, la precarietà che disperde i valori del lavoro specializzato e che preclude futuro a noi giovani, un sistema di infrastrutture arrugginito, arretrato e fatiscente, i mercati oligopolistici delle comunicazioni e dell"editoria, la debolezza grave nei settori dell"energia e dell"industria manifatturiera, e infine il debito pubblico astronomico (a proposito di alieni) rappresentano un triste elenco delle falle italiane alle quali deve porre rimedi un insieme di riforme nazionali intelligenti, lungimiranti, ragionate, "interiorizzate" anche da parte della società civile (alla quale ha più senso spiegare, piuttosto che mettere in mano mannaie referendarie).
Queste riforme possono essere realizzate solo dalla Politica, che tuttavia dovrebbe prima fare il miracolo di rinascere dalle proprie ceneri (con una "autoriforma-rigenerazione"). Abbiamo infatti attraversato quasi due decenni di mito della società civile, del non-politico, del tecnicismo puro e della prevalenza economica/lobbistica sul governo. Con la paura del mostro partitico corrotto. E abbiamo (anche se, come nuove generazioni, a noi verrebbe da dire "hanno", loro, chi ci precede) annientato i principali tramiti democratici, le fondamentali scuole, le premesse essenziali della governabilità: le risorse umane politiche con il loro bagaglio di responsabilità sociale.
Questa fede nella tecnicalità, che inizialmente ha pervaso anche i sognatori europei, ben presto si è rivelata sbagliata e fuorviante: l"economia senza indirizzi si disorienta, può sbandare, e spesso alla purezza dei tecnici si abbina l"astuzia delle lobby. In Europa hanno dovuto prendere atto che il sistema di autoregolazione e autointegrazione degli Stati membri non poteva essere così naturale e "magico" sulla base delle sole dinamiche monetarie né per osmosi, e che l"obiettivo di un "mercatone tuttofare", che badasse a risolvere i nodi istituzionali dei singoli membri, non era un obiettivo realistico (prim"ancora che realizzabile) da perseguire. Ferma restando una UE strategica e indispensabile, con la sua dote di saggezza, credibilità e stabilità e con le sue forze potenziali da esprimere sul fronte globale, spetta comunque ai singoli Paesi la sfida più concreta: Politiche periferiche che contino, senza cadere nell"interventismo ma che riformino a fondo le istituzioni per sanare e poi crescere. In poche parole, anche a livello europeo si è chiesto il risveglio della Politica nazionale, che metta mano alle istituzioni e favorisca un terreno fertile per lo sviluppo integrato. Una robustezza politica dei singoli Stati è nell"interesse della stessa UE, che troppo spesso ha dovuto constatare risposte lente, svogliate e imprecise alle sue direttive: viene in mente il famoso proverbio orientale, "quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito".
Come sopra, pure i tentativi di Politica unica europea annaspano in mari tempestosi e per lo stesso motivo: né l"integrazione politica, né quella economica sono fattibili senza un grande processo democratico per aspera, dal basso verso l"alto, che legittimi scelte anche impopolari e non corporative ma caratterizzate da visione e solidità. Dall"Italia sana (insieme con gli altri Stati membri sani, ma noi siamo messi peggio) si fa davvero un"Europa sana; dall"Europa sana si fronteggia il resto del mondo e la globalizzazione. Prima politicamente, poi economicamente, nonostante le apparenze e l"escamotage monetario iniziale.
Ecco che cosa c"entrano le grandi riforme istituzionali nel nostro Paese. Ed ecco che cosa significa pensare al secondo motivo che citavo in apertura, cioè alle prospettive culturali e sociali dell"Europa. Sia su scala nazionale, sia - di conseguenza - su scala europea la prima sfida si manifesta, a mio parere, nella rigenerazione della cultura politica (che è frutto della vivacità intellettuale, del senso di responsabilità e coesione sociale e della memoria di un Paese, dei suoi valori tradizionali ma anche della propensione della sua gente ad attivarsi per trasformare questi valori, adeguandoli al futuro e integrandoli dove possibile). Nella cultura politica si formano le risorse umane politiche, nasce la Politica. Alla cultura politica torna la Politica, quando si tratta di trovare il coraggio per fare scelte decisive, per concordare nuove regole del gioco e applicarne di antiche.
Contribuire a ravvivare la cultura politica italiana significa anche occuparsi della Costituzione, che di quella è la massima espressione: non solo in tema d"ingegneria istituzionale ma per la revisione (non distruttiva, anzi fortificante) dei suoi principi fondamentali. Basti pensare ai temi dell"ambiente (nella Costituzione si parla all"art.9 di tutela del "paesaggio") o al sistema di welfare delle opportunità (per cui citiamo sempre come esempi i paesi scandinavi ma che in realtà è già presente nella nostra Carta, solo non applicato), o ancora ai capitoli del multiculturalismo (che in buona parte manca) e delle liberalizzazioni e al valore legale del titolo di studio (che potrebbero richiedere aggiornamenti di più articoli). Addirittura, la fondazione repubblicana sul lavoro può essere analizzata alla luce delle odierne evidenze e delle vicissitudini storiche (tra flessibilità e fragilità dell"occupazione in un"economia libera, il concetto assume caratteri paradossali). Per non parlare del sistema dei partiti, che non trovano regolamentazione e sul cui ermetico "metodo democratico" dovrebbe interrogarsi la nostra macrogenerazione rimasta orfana di luoghi nei quali coltivare la democrazia attiva e formare l"elettorato passivo.
Come si vede, i problemi sono assai più "giovani" che vecchi.
Per tutto questo, l"idea di Costituente in Italia (sia essa un"idea di Assemblea oppure, meno felicemente, una proposta di semplice confronto condiviso) è un"occasione preziosa di risveglio della cultura politica, specialmente giovanile. E" la questione fondamentale che proprio noi under35, a maggior ragione, dovremmo affrontare con attenzione e grazie alla quale potremmo avvicinare l"altro spirito Costituente, quello europeo. Infine, malgrado una iniziale diffidenza dei non "avvezzi", potremmo favorire un nuovo interesse diffuso per la Politica.
Da tempo, come Società Aperta Giovani, lavoriamo con le giovanili dei partiti e delle associazioni di categoria per la "grande coalizione generazionale", proprio intorno a questi argomenti: convinti che solo così - unendoci e organizzandoci per battaglie nobili - potremo costituirci soggetto politico neogenerazionale, pesare sulle scelte che ci riguardano, superare le gerontocrazie, le divisioni preconfezionate dell"attuale sistema di non-partiti e ritrovarci trasversalmente impegnati, molto più numerosi di ora e senza troppe spaccature, per contribuire con serenità e coscienza alla costruzione dell"Italia e dell"Europa di domani.

*Presidente di Società Aperta Giovani

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario