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Cose cinesi

La Cina apprezza l'Italia ma non la capisce del tutto

di Davide Giacalone - 01 aprile 2012

Mario Monti e Wen Jiabao s’incontrano in Cina. Il primo durerà più a lungo, il secondo ha un governo più stabile. Monti dura perché i partiti contano solo i voti che perdono e i consensi che fuggono, Jiabao termina il suo mandato perché il partito (comunista) mantiene la guida di un Paese che cresce in modo vertiginoso e che aspira al rango di potenza globale. Già questo dovrebbe bastare a definire le stranezze di tale incontro. Ma c’è molto di più. La Cina di oggi apprezza moltissimo l’Italia, che considera una specie di sinonimo di “bello e buono”, ma non la capisce. In questi miei giorni cinesi un interlocutore accorto e informato mi domandava: qui tutti vorrebbero potere comprare quello che producete, voi non riuscirete mai a produrne quanto ne vogliamo, come cavolo fate a essere in crisi? Quesito non raffinato, ma neanche privo di fascino. Come fai a spiegare che un sistema produttivo potenzialmente fortissimo s’è progressivamente indebolito a forza di proteggere quel che non è competitivo e di pagare un welfare costosissimo, che ha generato intere fasce di non garantiti. Dal Giappone Monti ha detto che la riforma della legislazione che regola il mercato del lavoro si farà. Speriamo. Ma il tipo di riforme in ballo qui è difficile da spiegare, e non perché si dilettino nello schiavizzare la forza lavoro, bensì perché sembra davvero originale che si consideri un beneficio il pagarla anche dove non produce, o il mantenerla ove i conti non tornano, giacché il solo modo di favorire la posizione dei lavoratori consiste nell’aumentare la ricchezza collettiva, non nel trovare il modo di deprimerla. Né è facile spiegare la partita degli investimenti. Monti vedrà i vertici delle istituzioni finanziarie. Il presidente cinese, Hu Jintao, ha già detto che spingerà affinché s’investa in Italia (in verità sta per ritirarsi). Ma che significa e cosa possiamo chiedere (quindi offrire)? Chiedere, come diverse volte si è fatto, di acquistare i titoli del debito pubblico italiano, così come chiedere (ed è accaduto anche questo) di acquistare quote del debito delle nostre banche, non è molto sensato. Noi già paghiamo interessi più alti degli altri, se ci tocca pure supplicare va a finire che l’interlocutore diventa diffidente. I debiti si comprano se è conveniente. L’argomento per significarlo consiste nel tasso d’interesse, rapportato al rischio. Il resto è chiacchiera inutile. Non è facile nemmeno sollecitare investimenti in infrastrutture, perché la domanda che ti fanno è: quali avete realizzato, negli ultimi anni? a che punto è il ponte sullo stretto? (da lontano si vede solo quel che è grosso, sicché conta poco la nuova piscina comunale, mentre il ponte s’era sentito, divenendo oggi la testimonianza di un insuccesso). Se si cerca di spiegare i ritardi con i cento vincoli delle mille autorità italiane ti guardano con curiosità: e perché non le chiudete, cambiate, riformate, responsabilizzate? Già, perché non le facciamo?

L’Italia meriterebbe un bel restyling istituzionale, con annesso road show per spiegarne le potenzialità. Dovrebbe essere quello il modo per attirare investimenti e fiducia, mica il ribadire, andando in giro per capitali, che non si cederà alla Fiom, si terrà duro con i farmacisti (avendo già sbracato) e si manda a spigolare quei perditempo dei capipartito, perché questo diverte a attizza il polemicume nazionale, ma risulta vagamente indigesto altrove. Ammesso che qualcuno sia disposto ad ascoltare fino al concludersi delle frase. Monti, naturalmente, non porta in visione questo genere di risultato, né potrebbe. Mostra al mondo i pregi di una democrazia commissariata, con ciò stesso denunciandone i profondi guasti. Per il resto anche gli altri sanno far di conto, e sanno bene che se la spesa pubblica non viene tagliata, perché non ci si riesce, ma, in compenso, si tassano alla cieca quelli che lavorano, il solo risultato che si porta a casa è un incrudelirsi della recessione. Talché alla fine dell’anno ci ritroveremo, dopo mesi di mazzate, con un rapporto debito-pil inchiodato al peggio. La Cina istituzionale riceve il nostro capo del governo con tutti gli onori e con un galateo ineccepibile. La Cina dell’economia ci guarda con stupita ammirazione, domandandosi perché non si facciano più affari.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario