ultimora
Public Policy

Le sorti della politica affidate ad un verdetto

Cosa succederà?

È ora di voltare pagina o il conflitto tra giustizia e politica porterà al suicidio dello Stato di diritto

di Davide Giacalone - 07 ottobre 2009

Ancora una volta stiamo aspettando una sentenza. Ancora una volta le sorti della politica dipendono da un verdetto. Cosa succederà? E, ancor prima, come è potuto succedere? La seconda domanda è quasi più interessante della prima, ed una corretta risposta può far da guida per uscire da un pericoloso vicolo cieco. Mi rendo conto, però, che sulla prima si scarica l’attenzione di molti. Andiamo con ordine, allora.

La Corte Costituzionale ha tre possibilità: bocciare il lodo Alfano, considerandolo incostituzionale; promuoverlo così com’è; oppure redigere una sentenza manipolativa, che si tenga in equilibrio fra il promuovere ed il cambiare. Non siamo in sala scommesse, quindi conta poco quel che immagino sia probabile, ma la terza possibilità è la più ragionevole. Bocciare del tutto sarebbe imbarazzante, perché l’attuale legge è stata concepita a partire proprio da una sentenza delle stessa Corte, che disse come doveva riscriversi il lodo Schifani, ex lodo Maccanico. La promozione completa, di converso, trova ostacolo in non poche incongruenze: dalla mancata chiarezza circa l’estensione della sospensione in caso di nuovo incarico, all’aver dimenticato che se un soggetto non può essere subito processato neanche dovrebbe potere chiamare altri in giudizio. Mentre una “manipolazione” non sarà forse il massimo, in termini di purezza del diritto, ma salva capra e cavoli.

In caso di bocciatura, comunque, saranno avvantaggiati quanti puntano sulla drammatizzazione dello scontro, cementificando i due schieramenti ed avvicinando l’ipotesi del lavacro elettorale. La promozione sarebbe come una secchiata d’acqua sulle polemiche, liberando Berlusconi dalle battaglie penali e portandolo in trincea sul resto dell’attività governativa. La manipolazione darebbe un colpo al cerchio ed uno alla botte, con un vantaggio per la maggioranza ed il governo.

Sullo sfondo, resta il conflitto fra giustizia e politica o, per essere più precisi, fra certa magistratura e chi governa. Un conflitto non immaginario, la cui ultima incarnazione è proprio il giudizio civile milanese, che ha condannato Fininvest a pagare un risarcimento astronomico a Cir. Anche in questo caso, difatti, il giudice non ha saputo trattenersi dal prodursi in un genere letterario deviante, consistente nel pubblicare motivazioni non solo esageratamente lunghe, ma contenenti ragionamenti più politici che giudiziari. Difatti: che bisogno c’era di nominare Berlusconi? Che bisogno c’era di simulare in sede civile un giudizio penale? Non si tratta solo di un errore, ma di un pessimo costume.

L’incapacità di riformare seriamente la giustizia, per debolezza della politica e cecità corporativa della magistratura associata, ci fa vivere come fossili del passato, perpetuando uno scontro che ha perso gran parte della ragion d’essere. Scusate la schematizzazione, ma tutto comincia negli anni settanta, quando la politica delega alla magistratura la lotta al terrorismo, dotandola di un’arma devastante, quale il reato di “banda armata”. La politica resta ferma, ingessata anche dalla guerra fredda, ma il magistrato può mettere in galera chiunque, e tenercelo a lungo. Per il bene collettivo. Negli anni ottanta la delega continua, questa volta sul fronte mafioso, con un’arma analoga: l’“associazione di stampo mafioso”.

Due strumenti che fanno crescere la discrezionalità dei giudici, aumentandone il potere e spingendoli a coprire i vuoti della politica. Negli anni novanta tutto questo si rivolta contro la politica, e un pezzo della magistratura s’immagina come potere. Questi trenta anni non hanno visto crescere il diritto e la sicurezza, ma lo sfascio della giustizia e la violazione dei diritti.

Oggi tutto è diverso, e per capirlo basterà pensare al caso di Abu Omar, dove la magistratura persegue i servizi segreti che ci hanno liberati da un problema. Non c’è più la delega d’allora, ma è rimasto uno scontro fra soggetti sempre meno potenti: da una parte la magistratura che non rende giustizia, dall’altra la politica che ha perso iniziativa legislativa autonoma.

E’ ora di chiudere un capitolo, di girare pagina. Le sentenze che si attendono, del resto, sono sempre meno interessanti e sempre più devastanti. Continuare così significa suicidare lo Stato di diritto.

Pubblicato da Il Tempo

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario