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I valori su cui si fonda la politica

Cosa si nasconde dietro le cattive decisioni

L'economia e la politica: chi deve fare il ministro dell'economia?

di Antonio Gesualdi - 12 novembre 2007

Bryan Caplan, è un giovane professore (negli Stati Uniti ancora ci sono i, giovani professori) di economia all"università George Mason (Washington DC).

Caplan ha pubblicato un libro imperniato sulle cattive decisioni nei sistemi democratici. In sostanza egli cerca di dimostrare che le decisioni, prese in modo razionale, non appartengono alla scelta politica. Le democrazie fondate sul voto popolare difetterebbero di razionalità. Come fa un professore americano ad accorgersi di questo? Compara le risposte di un campione di economisti con quelle di una massa indistinta di cittadini e trova che contrariamente agli economisti la gente comune crede che i prezzi non seguano la legge della domanda e dell"offerta, che il protezionismo può anche essere un buon sistema, che la crescita è sinonimo di occupazione e che la decadenza è sotto gli occhi di tutti. Da qui se ne ricava che gli errori sistematici dell"elettore sono imperniati nelle opinioni e sistemi di valori e quindi gli errori non sono aleatori, ma strutturali. Il politico viene scelto in base a questi errori di valutazione e dunque anche i politici eseguono il mandato dell"elettore contribuendo, in parte, a scassare i sistemi economici. Per l"altra parte non mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale.

Caplan allora deduce: l"elettore non è un tipo razionale perché vota sulla base di emozioni. La democrazia rischia non perché non permette di far emergere la volontà generale, ma al contrario, perché la realizza.
Negli Stati Uniti la scuola della Virginia ha già detto che i sistemi democratici sono inefficaci perché coartata dai gruppi di pressione. Questi agiscono con più efficacia della maggioranza silenziosa. La scuola di Chicago, invece, riconosce ai gruppi di pressione la concorrenza tra di loro e quindi la realizzazione di un equilibrio ottimale nella gestione del potere. Ora, si potrebbe dire esagerando, la scuola di Washington rileva che i sistemi democratici sono inefficaci perché fanno votare la "maggioranza (irrazionale) silenziosa"!

Il voto, dice Caplan, a differenza di una decisione economica costa pochissimo all"elettore. Dunque un voto sbagliato non si paga quanto una vendita o un acquisto sbagliato. E per questo il singolo voto modifica in modo molto marginale la decisione pubblica. Non solo, ma il cittadino che vuole essere informato perfettamente dovrebbe spendere tempo e denaro per ottenere una pletora di informazioni che, visto la scarsa valenza del singolo voto, avrebbe un costo-beneficio troppo disequilibrato. Quindi non conviene informarsi più di tanto e va a votare in base alle proprie opinioni. Dunque il cittadino medio va a votare e si comporta in modo "razionale all"interno della propria irrazionalità"; ha poco da rimetterci perché ha anche speso poco per informarsi e dunque può votare sulla base di utopie, di "volere" più che "dovere" o su speranze e generosità. Se non accadono catastrofi continue è perché buona parte degli eletti non mantengono le promesse e quindi agiscono in base a ciò che gli elettori percepiscono delle loro scelte, non a ciò che effettivamente hanno promesso di fare.

La soluzione? Semplice: far votare solo gli economisti! Se il produttore/consumatore è più razionale dell"elettore, allora non resta che affidare all"ipotetico cittadino razionale il diritto di voto. Insomma la democrazia - ma ce l"hanno detto in tanti (Hayek, Buchanan, Tullock...) - non funzionerebbe e servono gli esperti. L"esperto di moda, oggi, è l"economista e quindi l"economista ci può salvare. Ciò che fa specie è che ragionamenti di questo tipo si possano fare a livello universitario. Ma chi l"ha detto che l"obiettivo della democrazia è l"efficacia e non, invece, la legittimazione?
Quello di Caplan è un tipico esempio dell"economicismo imperante per il quale a fare il ministro dell"economia si chiama un economista, o fare il ministro della salute si chiama un medico. Perché non una casalinga che fa la spesa tutti i giorni o un malato cronico? E perché un padre di famiglia dovrebbe sapere meno di come deve funzionare la sua casa rispetto ad un architetto?

I termini di questo ragionamento che pervade tutte le nostre società (e, forse, per questo le nostre democrazie sono - veramente - nei guai... economici!) sono la risultate di una scienza, quella dell"economia, che nascondendosi dietro la quantificazione crede di poter disporre anche della politica. Ma lo sviluppo dell"economia-psicologia, della neuro-economia o dell"economia comportamentale è, invece, il chiaro segnale che il primato rimane alla politica. E, tutt"al più sarà la scienza economica che sembra dover tornare a ragionare non sui numeri ma sull"essenza della persona che fa le scelte. E la politica è fondata sui valori, sulla persona, e non solo sulla razionalità. Con buona pace dei giovani professori americani. E pure nostra che, da decenni, facciamo fare i ministri dell"economia (spesso neppure eletti) a degli economisti!

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