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Politica dopo le amministrative

Cosa non fare

Una gioiosa macchina da guerra bis? No grazie

di Enrico Cisnetto - 12 maggio 2012

Le premesse sono chiare. Il risultato delle amministrative era ampiamente scontato; il fenomeno Grillo è semplicemente la conseguenza della totale crisi di credibilità della politica e dei partiti in particolare; il Pdl è via di disintegrazione; la Lega salva la faccia solo per via del risultato di Tosi a Verona, che pure è ottenuto al di fuori del partito; il Pd ha perso quasi 100 mila voti, ma si nasconde dietro l’insuccesso ancor più clamoroso degli altri e laddove vince lo fa grazie ad altre forze; il Terzo Polo (nome sbagliato per un progetto rimasto embrionale) misura l’impossibilità di distinguersi dagli altri solo per il fatto di aver denunciato (peraltro tardivamente) i guasti del bipolarismo. Insomma, tutto prevedibile (e previsto) quanto è accaduto. Molto meno leggibile, per non dire del tutto oscuro, quanto succederà ora. La settimana scorsa – prima del voto, proprio perché il suo esito non era così difficile da intuire – ho suggerito un rimpasto di governo che desse un senso compiuto ai mesi che ci separano dalla fine di questa legislatura e preparasse il terreno per la prossima, attraverso l’ingresso di esponenti dei partiti – con un atto di coraggio potrebbero essere gli stessi capi, il cosiddetto trio “A-B-C”, a entrare – al fine di favorire il superamento delle crescenti difficoltà di rapporto tra esecutivo, parlamento e forze politiche. Vedo ora che, nonostante l’esito del turno elettorale dovrebbe favorire la mia ipotesi, non solo nessuno osa avventurarsi su quel terreno, ma che si pensa di andare in direzione opposta, quasi che il giudizio degli italiani non ci sia stato. Anzi, si fa peggio: in molti, specie nel Pdl, si sono lasciati prendere dalla tentazione di spiegare la propria débâcle dicendo che hanno pagato il prezzo salato dell’assunzione di responsabilità di far nascere il governo Monti e di continuare a sostenerlo nonostante i suoi pessimi risultati. Ecco, questa è la più grande dimostrazione di non aver capito nulla di quanto è successo e sta succedendo nel Paese, che pure avrà rimostranze da fare a Monti – un po’ perché i sacrifici non piacciono a nessuno e un po’ perché qualche motivo di giusta lamentela c’è – ma certo non rimpiange né il governo Berlusconi né quello Prodi. Ma se questo atteggiamento è riprovevole, non fosse altro perché riduce (azzera?) le possibilità di indurre Monti a qualche scelta più coraggiosa, ce n’è un altro ancora peggiore, anche se apparentemente più logico. Mi riferisco alla linea che sta emergendo nel Pd, in base alla quale sarebbe venuto il momento di prendersi una rivincita elettorale. Frenata solo un po’, ma poco, dal ricordo delle disastrose aspettative frustrate della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, questa teoria si basa sulla seguente sequenza di valutazioni: il Pd ha vinto le amministrative; il Pd era il primo partito già nei sondaggi precedenti il 6-7 maggio, tanto più lo è ora; dunque, si vada alle elezioni (taluno le pensa anticipate, altri le sperano soltanto, altri ancora più moderatamente guardano alla scadenza naturale) per vincerle; di conseguenza, si mantenga in vita l’attuale legge elettorale che consente a chiunque abbia un voto più degli altri di portarsi a casa il 55% dei seggi (unica concessione il ripristino delle preferenze, ma se proprio è necessario e comunque in forma parziale).

Si dirà: ma le elezioni servono a stabilire chi vince e chi perde, perché chi si sente in testa non dovrebbe sfruttare il vantaggio? Ammesso, e non concesso, che così sia – sembrava certo anche nel 1994, poi è bastato un impresario televisivo a mandare a pallino tutto – perché un conto è vincere le elezioni perché gli altri le perdono e avere la maggioranza in Parlamento (peraltro solo alla Camera, con tutta probabilità) perché c’è un “maialata” di legge elettorale che te lo consente, e un altro è avere una maggioranza politica solida perché tale è il rapporto con il Paese. Se al Pd non basta il clamoroso epilogo delle sue primarie e l’aver perso quasi 100 mila voti per capire che vincere in questo modo (sempre ammesso e non concesso) significherà essere schiavo di chi starà alla sua sinistra e tributario di chi lo scavalcherà nel dialogo populistico e giustizialista con la gente, beh allora sarebbe meglio che al governo ci andasse Beppe Grillo. Ma come si fa a non capire che sarà peggio che nel 2006 e che dopo qualche mese si dovrà tornare a votare, come in Grecia? Eppure, ormai quasi tutti gli esponenti del Pd – e non solo in pubblico, ma pure in privato – sostengono questa linea suicida. Così come negano ogni possibilità che l’esperienza del governo Monti possa continuare anche dopo le elezioni politiche, e tanto meno che ci possa essere una “grande coalizione” direttamente gestita dalle forze che appoggiano Monti (che invece sarebbe l’unico modo per i partiti di salvarsi dal sicuro rovescio elettorale che li attende).

In questo quadro, che tenta disperatamente di salvare il bipolarismo – inevitabilmente così come lo abbiamo conosciuto, vorrete mica che dei cadaveri lo facciano diventare “normale” quando per due decenni ce lo hanno propinato in questa forma anomala – diventa difficile per chi ha criticato la Seconda Repubblica e concepisce la prossima legislatura come l’inizio della Terza, scegliere una strada che non sia di semplice testimonianza. Il Terzo Polo, inteso come forza d’interposizione tra destra e sinistra, serve quando il gioco bipolare è forte, non serve a nulla quando è disfacimento. Ora l’Udc e tutti i centristi hanno chiaro che non basta distinguersi, che non è stato sufficiente farsi paladini “senza se e senza ma” del governo Monti, per sopravvivere allo tsunami degli italiani incazzati. E siccome seguire la sinistra sarebbe suicida, non rimane che favorire – puntando tutto su forze nuove provenienti dalla società civile – la ricostruzione di un’area moderato-riformista che impedisca il ritorno sulla scena di Berlusconi (vedrete che ci proverà!), che sganci le forze più estreme (siano esse localistiche, populiste o fascistoidi) e che recuperi quella parte di centro-sinistra che considera suicida il tentativo di vendicare Occhetto 19 anni dopo. Riparliamone.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario