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Un sogno di fine estate che può diventare realtà

Cosa ci aspetta dopo la folle estate del 2009?

Possiamo ancora sperare che le grandi crisi possano diventare generatore di leadership

di Fabio Fabbri - 05 ottobre 2009

La calda estate del 2009 verrà ricordata negli annali della Repubblica come quella del ventilatore. Sì, alludo al ventilatore in cui ogni giorno vengono versati quintali di guano, i cui schizzi lordano i maggiori protagonisti della vita politica: e non soltanto loro. L’Italia, agli occhi degli stranieri, appare un paese impazzito, in preda a lotte tra bande, più che tra avversari politici.

L’elenco di queste faide è così lungo che serve una ricapitolazione. Ha dato la stura il quotidiano “La Repubblica”, reclamando, seguita dal P.D., le dimissioni di Berlusconi per i suoi festini peccaminosi. Berlusconi, secondo la regola “a brigante, brigante e mezzo”, ha usato Feltri e il giornale di famiglia come una clava per sbugiardare i “falsi moralisti”. E così, il direttore di Repubblica viene additato al pubblico ludibrio perché ha pagato in nero parte del prezzo della sua casa ai Parioli. Poi viene colpito il direttore del quotidiano l’Avvenire, reo di aver censurato le sbandierate avventure sessuali del Presidente del Consiglio. Ne nasce una forte tensione fra Governo e Chiesa.

Intanto parte della stampa spara a pallettoni sull’immagine finora immacolata di Gianni Agnelli. Dalla inchiesta giudiziaria di Bari partono le “scosse” che l’On. D’Alema aveva preannunziato come siluri esiziali per Berlusconi. Poi, per contrappasso, le scosse colpiscono dirigenti pugliesi del Partito democratico e lo stesso D’Alema, indicato come frequentatore di quel faccendiere della sanità che procacciava le fanciulle che allietavano le cene del capo del governo. La ciliegina sulla torta la colloca il Procuratore della Repubblica di Bari che, mentre l’inchiesta è in corso. assicura che non c’è alcuna ipotesi di reato contro Berlusconi. Quest’ultimo si proclama il miglior statista degli ultimi 150 anni. Giolitti, De Gasperi, Fanfani e Craxi si rivolteranno nella tomba.

Verrebbe voglia di urlare: ”Ridateci la prima Repubblica!”. Ma sarebbe una invocazione insensata. E’ invece tempo di riflettere sulle ragioni di fondo di questa deriva della vita pubblica. La causa prima è ormai palese. Il sistema politico falsamente bipolare nato sulle macerie di Tangentopoli è in dissesto. Sono in crisi i due maggiori “conglomerati” su cui esso si regge, il Pdl e il partito democratico. Il primo è sconquassato dalla contestazione quotidiana del Presidente della Camera nei confronti di Berlusconi e del partito di cui lo stesso Fini è cofondatore. Sulle finalità recondite di questa rivolta stanno scorrendo fiumi di inchiostro.

Ho conosciuto e seguito nelle sue mutazioni Gianfranco Fini. Lo ritengo un professionista dotato di eccellente intelligenza politica e di fortissima ambizione. Ha trasformato negli anni se stesso e il suo partito in modo così radicale da rendere ipotizzabile la sua ascesa al Quirinale con i voti della sinistra: lui, allievo e successore del repubblichino Almirante; lui, che aveva in passato dichiarato che Benito Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. Pare a me che ci sia un limite al trasformismo, che è peraltro una costante della storia d’Italia. Lo rilevo anche se le idee di Fini sul testamento biologico e sulla immigrazione sono, per quanto mi riguarda, condivisibili.

Insomma, sarebbe giusto che, avendo sostenuto tesi aberranti per buona parte della sua esistenza, non sia da considerarsi credibile ora che sostiene tesi giuste. E chi ci assicura che, in nome del suo tornaconto personale, domani non ritorni all’antico? Intanto, cresce il peso della Lega, che minaccia le elezioni e la scissione, se non si accolgono le sue pretese.

Se Sparta piange, Atene non ride. Dal congresso del P.D. non promanano proposte e progetti utili per governare la nazione. Sarà pur vero che il peggio della recessione è passato, ma il nostro prodotto interno lordo è diminuito del 6 per cento, rispetto al 4,7 del resto d’Europa. Il congresso dei democratici sorvola i problemi reali, e si scalda nella lotta fra le fazioni. Quella di Franceschini accusa quella di Bersani di avere come sostenitori i protagonisti degli scandali. Il chirurgo Marino, forse la sola novità, è stato subito impallinato. Si cercano alleanze, ma cresce la concorrenza del partito dell’ex P.M.

Di Pietro. Rutelli “si smarca”, quasi pronto ad unirsi a Casini. Insomma, quelli del P.D., divisi e spompati, aspettano sulla riva del fiume da 15 anni, fermi e divisi, che passi il cadavere del Cavaliere di Arcore. Il quale resiste e macina consenso, ma subisce l’offensiva di Fini: logorante, perché un partito incentrato sul capo carismatico mal sopporta la diarchia. La verità è che servirebbe un governo di tregua e di unità nazionale, per far ripartire l’economia e varare le riforme istituzionali. Ma non c’è un nuovo Ciampi, nè un secondo Amato.

Luca Cordero di Montezemolo si è detto indisponibile a “scendere in campo”: anche perché gli oligarchi al potere non hanno mostrato alcuna intenzione di cedergli lo scettro. E tuttavia, prima o poi, qualcosa dovrà succedere; forse già alle elezioni regionali.

Cresce fra la gente lo scontento verso i due “poli” maggiori e sembra in crescita la stella di Casini. Ma il democristiano Casini, da solo, non basta. Nella storia d’Italia è stato sempre essenziale l’apporto delle forze liberali e socialiste, oggi disperse ed emarginate. Servirebbe un nuovo leader per unirle e riempire questo vuoto. I due grandi vecchi del giornalismo, Enzo Bettiza e Arrigo Levi, in un recente dibattito hanno rimarcato che non solo il crogiuolo della guerra ma anche quello delle grandi crisi può essere generatore di leadership. Lo so, è solo un sogno di fine estate. Ma talora, come insegna il caso Obama, in politica i sogni si avverano.

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