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L'editoriale di Società Aperta

Cosa aspetta il governo ad essere coraggioso?

Standard&Poor's ci ricorda che l'emergenza non è finita, proprio mentre il "partito della crisi" approfitta dei guai giudiziari di Berlusconi

di Enrico Cisnetto - 13 luglio 2013

Meno male che c’è Standard & Poor’s e che lo spread, tornato a quota 300 punti, fa nuovamente parlare di sé. No, non prendeteci per disfattisti. Non siamo per il tanto peggio tanto meglio. Ma ci assale un moto di ribellione nel vedere come il combinato disposto tra la perduta consapevolezza (ammesso e non concesso che ci fosse veramente mai stata) sul perdurare della crisi economica, l’irresponsabile azione di un “partito trasversale” anti larghe intese e il traccheggiare con provvedimenti d’infinita minuzia del governo, generi impotenza e procuri uno stato di prostrazione prolungata al Paese dal quale è ogni giorno sempre più difficile uscire.

Tutti sono presi – toh guarda la novità – dalla questione Berlusconi, peraltro coincidendo, nemici che lo vogliono eliminare dalla scena politica per via giudiziaria e amici che si strappano le vesti, nel dare per scontato ciò che scontato non è, e cioè che il 30 luglio la sentenza di secondo grado che lo ha condannato sarà confermata dalla Suprema Corte. Pensate se il ricorso fosse accolto: come ha scritto con la consueta efficacia Davide Giacalone, ci farebbero una figuraccia tanto quelli che stanno montando le barricate a difesa del Cavaliere, quanto quelli che stanno allestendo i festeggiamenti per l’auspicata condanna. Due facce della stessa medaglia: eguale sfiducia nella giustizia. La cui cumulativa conseguenza è l’inaccettabile paradigma secondo cui il bipolarismo si articola tra coloro ch perseguono l’obiettivo politico di battere l’avversario per via giudiziaria e coloro che sostengono che un uomo politico, facendosi scudo dei voti, possa sempre e comunque trovare immunità dalle accuse penali.

Forse loro non lo sanno, ma le due tifoserie ultras di Pd e Pdl non solo fanno parte della stessa maggioranza, ma anche e soprattutto della medesima lobby, quella della “crisi di governo”. Remano (contro) nella stessa direzione. Uno strano coacervo che unisce anche i giustizialisti, la sinistra di Sel, i grillini e persino i renziani (che sperano di regolare i conti dentro il Pd a loro favore in vista del congresso di autunno). Che tutte queste forze riescano nel loro intento ne dubitiamo. Ma che il governo rischi di agevolarle con un approccio troppo dimesso, TerzaRepubblica lo dice fin dall’esordio di questo “strano esecutivo”. Credere di esorcizzare la crisi politica facendo finta che quella economica abbia ormai imboccato l’ultimo miglio, è una sciocchezza prima ancora che un madornale errore politico. Eppure, un po’ per la voglia di enfatizzare la decisione della Ue di chiudere la procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, che ha indotto a raccontare che ci saranno di nuovo soldi da spendere, e un po’ per lo spread calmierato dalla Bce, che ha dato l’idea che i mercati ci considerassero fuori pericolo, si è finito col narcotizzare l’italica percezione della crisi, già bassa di suo. Così è toccato all’ennesima riduzione del rating, stavolta appena un pelo sopra il livello “junk”, suonare la sveglia. Una bocciatura che ha il pregio di riaccendere fari ormai spenti sulla crisi, sul fatto che non è per nulla finita e che il chiacchiericcio sulla ripresina prossima ventura è cosa non soltanto lontana dalla verità ma inutile ai fini di un cambiamento di umore della società italiana, e di quella economica in particolare.

Vediamo, dunque, come stanno davvero le cose, partendo dalla finanza pubblica. La prima cosa che deve essere chiara è che l’Italia è sì tornata “regolare” nel rapporto deficit-pil, ma che ciò vale solo per ieri e non per domani, e che soprattutto non vale per il debito, che ha sfondato il tetto del 130% rispetto al pil. Dunque, a politiche europee invariate, è comunque impossibile che si creino significativi margini per tornare a spendere in deficit. Ma la seconda osservazione che va fatta è ancora più cogente: tutto fa presagire che sia impossibile rispettare anche per quest’anno l’impegno di contenere il disavanzo entro il 3% del prodotto lordo, e quindi escludere il rischio delle sanzioni previste dal nuovo Patto di stabilità Ue. Prima di tutto perché la previsione del governo di una caduta del pil dell’1,3% è ormai superata (arriveremo a -2% o giù di lì), e poi perché gli impegni di spesa (rifinanziamento della cassa integrazione e “pacchetto lavoro”) o di rinvio di tasse (Imu e Iva) già assunti fanno presumere che lo sforamento sarà almeno di mezzo punto se non di uno intero. Ma sarà sufficiente per indurre Bruxelles, garantita dalla “clausola di salvaguardia” sottoscritta da Roma, a chiedere al governo Letta un’immediata manovra correttiva di bilancio. Il che potrebbe rivelarsi letale per una maggioranza che fin qui non ha saputo trovare le ragioni di una costruttiva coesistenza, e che dunque rischia di bruciare, dopo quello del governo tecnico, anche lo strumento della grande coalizione, l’ultimo a disposizione prima di cadere nell’ignoto.

Ma ciò che più conta è lo stato di salute dell’economia reale. E da quel fronte i segnali che arrivano sono disperanti. Molto peggio di quanto non dicano i già drammatici numeri ufficiali, secondo cui abbiamo perso il 15% del nostro manifatturiero e il 25% della produzione industriale. Tiene, e anche piuttosto bene in molti casi, quella parte di sistema produttivo – minoritario, purtroppo – che esporta ed è diventato a tutti gli effetti “globale”. Frana tutto il resto. E in tante situazioni, i problemi non sono ancora del tutto esplosi. Nel senso che gli imprenditori, un po’ per pudore e vergogna e un po’ per continuare a coltivare la speranza che il vento giri, hanno nascosto la verità, spesso anche a loro stessi. Taluni per pagare i dipendenti non pagano le tasse – quando il fenomeno esploderà, perché esploderà e anche politicamente diventerà la prossima frontiera del consenso, per i conti pubblici saranno dolori – altri ritardano i pagamenti ai fornitori, finendo con strozzare l’intero sistema. Molti, poi, sono finiti fuori mercato perché già prima della crisi lo erano di fatto, ma avevano ritardato il redde rationem recuperando qualche margine di competitività con sistemi impropri (evasione, nero, ecc.). Ma un conto è innescare un’evoluzione darwiniana del nostro vecchio apparato produttivo, e di quella dei servizi (che stanno messi peggio dell’industria), e un altro assistere inermi al crollo – o alle sue premesse – di pezzi interi del sistema economico senza che ci sia la minima capacità di opporre resistenza. Non ci si rende conto, infatti, di quattro elementari verità. Primo: manca la consapevolezza della dimensione e portata della deindustrializzazione in atto. Secondo: quel poco di cognizione viene usata per cercare di difendere l’esistente, che nella stragrande maggioranza dei casi non lo è. Terzo: perché ci sia la dialisi tra vecchio che muore e nuovo che nasce occorre mettere mano alla politica industriale, non aspettare che il quadro evolva da solo. Quarto: la politica industriale necessita di risorse – che non ci sono e dunque occorre un piano Marshall basato sul patrimonio pubblico e quello privato – e dell’avere in testa il modello di sviluppo verso cui muoversi.

Se il governo agirà in questa direzione con la determinazione necessaria, se metterà mano ad un grande piano di risanamento e cambiamento del Paese con operazioni coraggiose, allora che Berlusconi venga condannato o assolto (relativamente) poco importerebbe. Ma se, invece, dovesse continuare a girare a vuoto, allora dopo l’estate tutto potrebbe precipitare. Anche sui mercati finanziari. Governo avvisato, mezzo salvato.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario