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L’occasione è unica, ora o mai più

Così parte il nuovo Welfare

Una terza via non solo esiste, ma è l’unica imboccabile e ragionevole

di Enrico Cisnetto - 04 marzo 2009

La crisi sta cominciando ad attaccare pesantemente anche il “muscolo” dell’economia italiana, dopo che il “grasso” che l’ha tenuta a galla fin qui (sommerso, lavoro nero, patrimoni familiari, tutte forme di ammortizzatori sociali impropri) è stato ormai pesantemente intaccato. E’ possibile, in questa situazione, trovare una terza via tra chi escludendo quelle riforme strutturali che sono sempre più necessarie finisce col non fare nulla, e chi dal fronte opposto chiede semplicisticamente e demagogicamente interventi a deficit? La risposta è sì. Una terza via non solo esiste, ma è l’unica imboccabile e ragionevole.

E’ quella che passa dal combinato disposto tra la messa in atto delle riforme strutturali che anche l’Ocse non si stanca di domandarci (pensioni, spesa pubblica, assetti istituzionali, sanità) e l’utilizzo delle risorse che così si renderebbero disponibili per finanziare una nuova generazione di welfare e ammortizzatori anticrisi. Una strada che passa, per esempio, dalle aperture di Enrico Letta, che ultimamente ha offerto la propria disponibilità a riforme condivise del sistema previdenziale, a partire dall’equiparazione dell’età pensionabile uomo-donna nel settore pubblico. Disponibilità che ha trovato ampi riscontri anche nell’Udc di Pier Ferdinando Casini, oltre che nello stesso Follini del Pd e in Giuliano Cazzola del Pdl. Un inizio di piattaforma condivisa “in nuce”, che potrebbe portare a quell’assunzione di responsabilità necessaria per rispondere alla crisi epocale in cui siamo immersi con misure all’altezza della straordinarietà del momento.

Nello specifico, quali i passi da fare? Sul fronte del reperimento delle risorse, si dovrebbe approfittare dell’ennesimo richiamo dell’Ocse per mettere mano non solo alla previdenza ma anche ad altri tre bacini di spesa assolutamente da ristrutturare: sanità, interessi sul debito, assetti istituzionali. Sul fronte pensioni, in particolare, occorre passare dall’epoca di “troppe pensioni, troppo basse”, a quella di “meno pensioni, ma più alte”.

Il che si realizza con un doppio innalzamento dell’età di fine lavoro: uno obbligatorio a 65-67 anni e uno volontario e incentivato anche oltre. Su quello della sanità, serve un piano per evitarne il default, che dovrebbe essere basato su un ritorno al sistema mutualistico, la cui realizzabilità comporterebbe necessariamente il ritorno dalle Regioni allo Stato di questa funzione.

Sul debito, va ricordato che sugli oltre 1650 miliardi di stock di debito, il Tesoro paga interessi annui che si avvicinano ai 100 miliardi: già questo sarebbe un ottimo motivo per una sua riduzione una tantum dal 110% di oggi al 70-80% del pil. Sugli assetti istituzionali, sarebbe saggio fare marcia indietro da un federalismo che rischia di appesantire ulteriormente i centri di spesa (oltre che di in-decisione). Dunque, via le 107 province (che costano 17 miliardi, di cui quasi l’80% per auto-mantenimento), le 330 comunità montane, i 63 consorzi di bacino e molti degli altri enti di terzo e quarto grado, e riduzione a metà degli 8100 comuni e delle 20 regioni. Dallo sfrondamento di quattro punti si possono ottenere le risorse necessarie non solo a reperire gli 8-10 miliardi necessari per mettere in atto una robusta riforma degli ammortizzatori sociali, ma anche per quelle operazioni di finanza straordinaria (infrastrutture, incentivazione fiscale di settori industriali a più alto valore aggiunto) necessarie ad accompagnare la riconversione di un sistema industriale a coriandoli, fatto di mini e micro-imprese familiari e di distretti decotti, che rischia adesso quella feroce selezione darwiniana che non c’è mai stata negli ultimi 30 anni.

Un discorso, quello della riconversione industriale, che corre parallelo a quello della necessaria riforma del welfare e degli ammortizzatori sociali. Anche qui, infatti, sarebbe assurdo tentare di mantenere in vita l’esistente, non fosse altro perché non ce lo possiamo più permettere. Occorre, invece, fare un salto di qualità anche concettuale: dobbiamo renderci conto che la mano pubblica non può continuare a difendere i “posti di lavoro”. E’ ora invece di aiutare i lavoratori. Gli ammortizzatori, così come sono, risolvono poco e coprono le inefficienze, prolungando le difficoltà. Serve ora che lo Stato interrompa le elargizioni che premiano le categorie già protette a scapito dei lavoratori privi di tutele (i cosiddetti precari) e dei disoccupati.

Come ricorda Giuliano Cazzola, per esempio, la gestione Inps relativa ai lavoratori a tempo determinato è in attivo per 6 miliardi l’anno. Le risorse, dunque, avanzano, ma le si prende per metterle nelle tasche dei pensionati: cioè, si toglie ai non garantiti per dare ai garantiti. E’chiaro che un sistema del genere non ha più senso. Serve uno scatto in avanti, una vera rivoluzione culturale. E non bisogna essere dei maghi per intravedere un sistema di tutele più efficiente: basta seguire le esperienze dei paesi più evoluti come Gran Bretagna e Olanda, o le stesse linee guida dell’Ocse.

L’organismo internazionale da anni indica i modelli più adatti per la riforma del lavoro, incentivando il “welfare to work”, cioè la ricerca attiva del lavoro che eviti nel contempo abusi e distorsioni. Che si tratti di un sussidio minimo garantito o di altre fattispecie – le “tecnicalities” lasciamole agli esperti – gli esempi non mancano. L’importante è che la politica, ora, dica semplicemente da che parte bisogna andare. Se nella direzione della conservazione dell’esistente – sia sul fronte del lavoro (inteso come posto di lavoro specifico) che dell’impresa (comprese quelle decotte) – oppure di un balzo in avanti verso la modernità.

Approfittando di una crisi senza precedenti, che rende fattibili anche scelte che si sono fin qui giudicate impopolari (sbagliando, peraltro). L’occasione, rendiamocene conto, è unica. Ora o mai più.

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