ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Così cade il velo delle ipocrisie

Ciampi: “Prepariamoci al rialzo dei tassi”

Così cade il velo delle ipocrisie

L’economia mondiale dovrà tornare a convivere con un costo del denaro più alto

di Enrico Cisnetto - 11 novembre 2005

Ha scelto il giorno giusto, Carlo Azeglio Ciampi, per lanciare l’allarme tassi. “Dobbiamo prepararci ad assorbire nuovi oneri di non improbabili rialzi dei tassi d’interesse”, ha detto il presidente della Repubblica proprio mentre l’asta dei Bot faceva segnare un rendimento, il 2,567%, non più raggiunto dal dicembre del 2002, una performance che segnala come il mercato si aspetti entro breve un rialzo del saggio ufficiale da parte della Bce, oggi ancora inchiodato al minimo storico del 2% quando la Federal Reserve ha appena portato il tasso americano al doppio e si accinge con tutta probabilità ad arrivare al 4,5% entro pochi mesi. E come se non bastasse, il vaticinio di Ciampi –più che mai in veste di ex governatore della Banca d’Italia – è stato confermato dall’andamento del mercato dei cambi, dove il dollaro è continuato a salire sull’euro (1,1743 dopo aver toccato anche 1,1726) nonostante la notizia dell’incremento oltre ogni previsione del deficit commerciale Usa, che avrebbe dovuto indurre i mercati in senso opposto. Insomma, quello che abbiamo scritto su questo giornale una settimana fa, e cioè che la stagione dei tassi bassi è definitivamente chiusa e che l’economia mondiale dovrà reimparare a convivere con un costo del denaro più caro, si sta puntualmente avverando. Lo dicono i mercati nei fatti, lo segnala con preoccupazione il Capo dello Stato cercando di infrangere il rumore molesto di una querelle politica che pensa a ben altro. E non ci sia venga a dire, come è successo con l’ingresso nella lunga fase di stagnazione, nel 2001, che si tratta di una “brutta sorpresa”. Sarebbe bastato osservare l’andamento del rapporto dollaro-euro con meno superficialità di chi ha battuto le mani pensando che la discesa della moneta unica avrebbe risolto i nostri problemi di esportazione (che invece attengono al profilo delle nostre imprese e dei loro manufatti), per capire cosa stava per succedere. L’inarrestabile discesa dell’euro, infatti, va avanti fin dall’inizio dell’anno. Da gennaio la moneta unica europea ha perso sul dollaro il 16%, e oggi è ritornata al livello di un anno e mezzo fa. E non solo perchè l’economia americana è sovrana e potente, e la sua moneta rispecchia lo status quo, visto che questo era vero anche quando l’euro macinava record. E’ il divario dei tassi a fare la differenza. Finchè agli Stati Uniti faceva gioco averli bassi, così da far pagare all’Europa il prezzo della loro ripresa dopo la recessione del 2001, il dollaro è rimasto abbondantemente sottostimato, senza che la Bce avesse uno straccio di reazione. Da qualche tempo il quadro dell’economia Usa è cambiato, e la Fed puntualmente ha cominciato a rialzare i tassi fino ad arrivare al 4%. Di conseguenza il differenziale degli interessi ha cominciato a pesare nelle scelte degli investitori internazionali: rispetto a un bund tedesco di pari durata, un bond decennale del Tesoro Usa rende l’1,2% in più, rispetto a quello giapponese il 3%. Se questo si aggiunge la legge sul rimpatrio degli utili generati all’estero dalle società americane, che ha di certo aiutato la corsa del dollaro, visto che le imprese, per riportare la valuta negli Usa, hanno anche dovuto convertirla nella moneta statunitense, si capisce come il riflesso pavloviano dei mercati abbia riportato il denaro oltre Atlantico. E che così continuerà ad essere finché la Fed lo riterrà utile, visto che l’Europa si limita a giocare di rimessa. Gli Usa hanno favorito la poca crescita con il deficit spending, una scelta keynesiana operata da un governo repubblicano, a dimostrazione che oltreoceano operano all’insegna di un sano pragmatismo. L’Ue ha fatto l’esatto contrario, con i risultati che vediamo. Ora, se la Bce, come è inevitabile, cercherà di ridurre la forbice dei tassi rialzando quello europeo, avremo solo svantaggi (conti pubblici ancora più “tirati”), mentre anche il vantaggio del cambio nell’acquisto delle materie prime (petrolio in primis), con il dollaro forte, si ridurrà fortemente. E non facciamoci soverchie illusioni sulle nostre esportazioni, il cui declino ha ragioni strutturali. Una cosa, però, sarà positiva: con il rialzo dei tassi cadrà il velo delle ipocrisie. Quelle europee, e quelle nostrane. Premessa indispensabile per voltare pagina.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario