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Public Policy

Matrimoni e permessi di soggiorno

Cornuti e scontenti

Fare ratificare l'illegalità da un pubblico ufficiale è scelta sbagliata

di Davide Giacalone - 04 dicembre 2007

Può sembrare una cosa secondaria, ma nasconde un modo d’intendere il rispetto della legalità. Ci si può sposare, in Italia, pur se non si ha il diritto di trovarsi in Italia? Pare ovvio che se il soggetto non ha il permesso di soggiorno, o non è ad altro titolo (magari turistico) legittimamente in Italia, non può comparire davanti ad un pubblico ufficiale per compiere un quale che sia atto. In questo caso per contrarre matrimonio. Anzi, direi che se quella presenza è in sé una violazione della legge, il pubblico ufficiale non ha il diritto, bensì il dovere di denunciarla alle autorità competenti. In via di fatto, invece, le cose vanno diversamente: dato che per sposare un cittadino straniero gli si chiede solo il passaporto, o documento equipollente rilasciato dalle autorità, anche diplomatiche, del suo Paese, ne deriva che si uniscono in matrimonio persone che, in quel preciso istante, in Italia non dovrebbero neanche esserci. Il sindaco di Caravaggio, provincia di Bergamo, ha detto: ora basta, al pubblico ufficiale si deve presentare anche il permesso di soggiorno (o il visto, immagino), e chi è qui clandestinamente non può sposarsi. Il che mi pare semplicissimo buon senso. Siccome, però, detto sindaco, Giuseppe Prevedini, è leghista, e siccome da quelle parti la Lega prende molti voti, e siccome non siamo nel ravennate, dove il voto massiccio e non scalfibile trasloca dai comunisti ai post comunisti essendo considerato un legittimo, ed anche ammirevole, sentimento popolare, ne deriva che il provvedimento preso è da archiviarsi nel file del razzismo e della xenofobia. Non conosco il signor Prevedini, cui auguro ogni bene e di conservarsi sindaco democratico in un Paese democratico, ma quel che egli ha fatto andrebbe segnalato al ministero degli Interni affinché intervenga, nel senso che suggerisca a tutte le altre municipalità di fare altrettanto.

Altrimenti siamo un Paese di matti. Ci sono, ovunque, venditori ambulanti che vendono merce contraffatta, e nessuno li ferma, ma se io compero una borsa da venti euro mi appioppano una multa da cinquecento. In questo caso dovrei denunciare tutti i vigili urbani passati lì davanti, assieme a polizia e carabinieri, perché non intervenendo m’hanno istigato a delinquere. E se, per disgrazia, finisco sotto la macchina degli sposi, presi dall’euforia, e scopro che il pilota appena convolato è un clandestino denuncio tutti quelli del comune, perché se non avessero omesso di fare il loro dovere non sarei stato arrotato. Non è segno di civiltà, ma di rincitrullimento varare dei decreti legge per far finta d’espellere i clandestini e, contemporaneamente, consentire loro di presentarsi negli uffici pubblici per chiedere questo o quello.

Il tutto, sia detto senza moralismo alcuno. Se l’anziano della bassa ha trovato la giovine che lo impalma per ottenere la cittadinanza, che il cielo lo conservi cornuto e contento. Ma che il fatto avvenga facendo ratificare l’illegalità da un pubblico ufficiale fa sì che la collettività condivida la sua prima condizione, non giovandosi della seconda.

www.davidegiacalone.it

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