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Public Policy

I debiti della Pubblica Amministrazione

Coraggio!

La soluzione sarebbe pagare tutto il debito in una volta sola. Ma ci vorebbe un governo...

di Enrico Cisnetto - 12 aprile 2013

Andare oltre. Se il Parlamento, ansioso com’è di mettersi all’opera, ha davvero intenzione di modificare il decreto “paga debiti”, è bene che sappia che questa sarà l’occasione giusta per dimostrare la sua centralità solo se saprà mettere rimedio ai tre difetti strutturali del provvedimento. Il primo è quello denunciato dai potenziali fruitori: è troppo complicato. Il fatto stesso che occorrono ben 36 ulteriori provvedimenti per renderlo esecutivo, la dice lunga su che razza di marchingegno è stato inventato dagli azzeccagarbugli del Tesoro. Tutti quei passaggi dallo Stato alle regioni e agli enti locali – che richiedono modifiche di bilancio complesse e generano “tavoli” rissosi per il riparto delle risorse – rischiano di allungare maledettamente i tempi dei rimborsi. Il secondo difetto sta in una serie di limiti intrinseci al decreto, a cominciare dall’inutile distinzione tra crediti ceduti pro solvendo e pro soluto (perché i crediti che il sistema finanziario ha anticipato alle imprese dovrebbero essere diversi dagli altri?) per arrivare agli inaccettabili paletti posti alla sacrosanta compensazione tra debiti e crediti. C’è infine un terzo difetto: il decreto, pur prevedendo giustamente delle sanzioni, non fornisce alcuna garanzia che le pubbliche amministrazioni siano in grado di certificare i propri debiti entrò il 30 giugno e quindi di poter procedere. Dunque, se il Parlamento sapesse porre rimedio a queste carenze si meriterebbe, nel vuoto istituzionale che lo stallo politico sta provocando, l’unica sufficienza che oggi si potrebbe ragionevolmente assegnare.

Ma se anche tutto questo accadesse, un altro doppio problema, di cui finora si è parlato poco, pesa come un macigno sulla vicenda: ammesso, e non concesso, che alla fine i 40 miliardi promessi siano erogati, ne restano quasi tre volte tanto da pagare per azzerare il passato, mentre non è prevista alcuna modalità per assicurare che in futuro le fatture siano evase con regolarità (secondo le norme Ue che abbiamo recepito) e quindi evitare che torni a formarsi uno stock di debito “occulto”. E sì, lo studio di Bankitalia che ha stimato il debito attuale in 91 miliardi – perché queste cifre non le fornisca la Ragioneria rimane un mistero glorioso – dice esplicitamente che in quel calcolo non sono comprese le forniture agli enti pubblici sanitari (in alcune regioni, come la Calabria, la contabilità della sanità, è orale…) e quelli forniti da imprese sotto i 20 dipendenti. Cercando di stimare anche le due voci mancanti, la Cgia di Mestre è arrivata a ipotizzare 136 miliardi, ma proprio per la precaria situazione contabile della sanità è assai probabile che si tratti un calcolo per difetto e che la cifra più probabile sia intorno ai 150 miliardi.

Domanda: visto che di debito si tratta e che aggiungendolo ai 2 mila miliardi certificati il rapporto debito-pil si aggraverebbe, certo, ma non in maniera tale da sconvolgere quel parametro – che peraltro è già sconvolgente così – non varrebbe la pena di pagare tutto in un colpo solo?

Considerato che il pil ne beneficerebbe, sono convinto che Bruxelles darebbe semaforo verde ad un’operazione così concepita. Specie se dimostrassimo che d’ora in avanti le amministrazioni smetteranno di spendere soldi che non hanno e che una fetta importante di spesa pubblica viene riconvertita da spesa corrente a investimenti. Insomma, basterebbe avere un po’ di quella merce introvabile che si chiama coraggio. Per esempio, il coraggio di mettere mano al pletorico sistema del decentramento amministrativo e semplificarlo – ottima occasione la discussione in atto su rendere il Senato la camera delle autonomie – e di conseguenza rivedere la delega sanitaria alle Regioni. Per esempio, il coraggio di superare una volta per tutte la doppia contabilità cassa-competenza, su cui si è costruito tutto l’occulto dei debiti verso fornitori: la prima ha limiti a volte anche folli (sono molte le amministrazioni che hanno soldi ma non li possono spendere per via del patto di stabilità interno), la seconda non ne ha alcuno.

Per la verità, la riforma contabile del 2009 prevedeva l’adozione di un bilancio di cassa, anche per combattere il malcostume di molti enti locali di crearsi spazi fittizi di spesa inserendo nei bilanci di competenza previsioni di entrata gonfiate, ma tutto è rimasto come prima (anche qui, il Tesoro dovrebbe fornire qualche spiegazione…). Per esempio, avere il coraggio sia di fare una sana programmazione, definendo anticipatamente le risorse annuali a disposizione di ciascuna amministrazione, in modo che possano approvare i propri bilanci all’inizio e non alla fine dell’anno, sia di adottare un sistema di gestione e di controllo non formale della spesa, anche a costo di rimettere in discussione l’unificazione di Tesoro e Bilancio. Per esempio, infine, il coraggio di stabilire che i debiti commerciali non liquidati nei termini di legge debbano comunque essere certificati e computati nel debito pubblico e nel patto di stabilità interno), imponendo adeguate sanzioni (anche personali) per chi non ottempera e prevedendo efficaci strumenti ispettivi per rilevare e punire ogni inadempienza. Certo, per tutto questo ci vorrebbero un governo e un’Assemblea Costituente. Che a loro volta richiedono coraggio…

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