ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Cooperative, è l’ora della svolta (1)

Un settore che genera il 7% del pil

Cooperative, è l’ora della svolta

L’unione tra le due associazioni di categoria può ridare slancio e credibilità

di Enrico Cisnetto - 09 gennaio 2006

Cercare il bene nel male. Forse nel disastro di Bancopoli che travolge, via Unipol, il movimento cooperativo “rosso”, potremmo scoprire un aspetto positivo: una seria discussione sul ruolo delle cooperative, di tutte le coop quale che ne sia stata l’origine e l’attuale collocazione, nel tentativo di traghettare il capitalismo italiano fuori dal declino. Non ci vuole molto, basterebbe dar ascolto al presidente della Confcooperative – le coop “bianche”, l’altra metà del cielo della realtà cooperativa italiana – che ha lanciato ai “cugini” della Lega una proposta choc: “uniamoci”. A tanti sembrerà una provocazione, ma in realtà andrebbe considerata una vera e propria ciambella di salvataggio in questo naufragio di credibilità che sta travolgendo Legacoop. Anzi, questo è proprio il momento giusto per rompere i vecchi schemi e infrangere ogni tabù. Pensateci, signori della Lega che vi state dilaniando tra attribuzioni di responsabilità che non salveranno la coscienza di alcuno di voi – non fosse altro per aver lasciato fare il “padrone” a Consorte – e lotte di potere per nuovi equilibri interni: dateci il segno che avete il coraggio dell’autonomia. Fatelo, se non altro, per l’economia italiana, che non può permettersi il lusso di perdere un patrimonio come il vostro. Con 75 mila imprese, concentrate in particolare nei comparti del consumo e delle costruzioni, che fatturano un centinaio di miliardi di euro, Confcooperative e Legacoop, insieme, rappresentano una forza economica che costituisce il 7% del pil nazionale, quota più che raddoppiata negli ultimi dieci anni. E danno lavoro a un milione di addetti, esercito cresciuto in vent’anni del 108%. Insomma, un gigante industriale e terziario in un capitalismo fatto di nani, che se fosse gestito come un’unica grande centrale potrebbe recitare un ruolo decisivo nel processo di trasformazione del sistema Italia. Questa sì che sarebbe una straordinaria ambizione, altro che le smanie di grandezza di Consorte e dei suoi soci “furbetti”. Questo sì che sarebbe un progetto per difendere l’italianità del nostro capitalismo, sempre più insidiato dalla colonizzazione strisciante, altro che le furbate che hanno consegnato l’Antonveneta agli olandesi e ora consegneranno la Bnl agli spagnoli. Questo sì sarebbe il modo – sano – per far crescere la cooperazione e anche per farle oltrepassare quei confini dimensionali e settoriali che ora, giustamente, vengono evocati di fronte alle opa fatte a debito e alla governance che non c’è. Forse, per far questo, sarà necessaria anche un’evoluzione giuridica. O forse no, vedremo con pragmatismo. Ma anche senza complessi, visto che in Nord America come in Europa, il settore sta vivendo una seconda giovinezza. In Germania, per esempio, il volume d’affari delle cooperative – impegnate nei settori dell’agricoltura, credito e piccole imprese di produzione e servizio – ha raggiunto la cifra esorbitante di 800 miliardi di euro, con almeno un tedesco su cinque socio di una coop. Perché l’Italia dovrebbe essere da meno?

Ma la premessa non può che essere Confegacoop, nata dalla fusione paritaria tra le due grandi confederazioni attuali. Cari amici della cooperazione, vi aspetta un futuro da leader se saprete mettervi in discussione e confrontarvi con il mercato europeo. Coraggio, fuori gli attributi.

Pubblicato sul Messaggero dell’8 gennaio 2006

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario