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Contro il declino non basta l'ottimismo, perché le cause sono strutturali

di Roberto Fini - 28 gennaio 2005

Dunque è vero o no che l'Italia si sia avviata da tempo sulla strada del declino? Per quel che vale la mia opinione ritengo di sì. E aggiungo che sono molto pessimista sulla possibilità di tornare indietro: troppo cammino è stato fatto per permettersi il lusso di essere ottimisti. Comprendo perfettamente le difficoltà di molti a "digerire" questa realtà, come capisco il timore che a parlarne si inneschi il tipico meccanismo della "profezia che si autoavvera": parlare di declino genera inevitabilmente pessimismo ed aspettative negative e dunque scarsa propensione all'investimento e al consumo.

Tutto vero, se non fosse un problema che va ben oltre gli "animal spirits" di imprenditori e consumatori: perché in realtà si tratta di un intreccio di problemi strutturali e non congiunturali; se è vera questa analisi, allora nessuna congiuntura per quanto positiva possa essere (e non sembra proprio che quella attuale lo sia), può risolvere i problemi che ci trasciniamo. Quali sono queste insufficienze strutturali? Come si dice in questi casi: senza alcuna pretesa di completezza, provo ad elencarne alcuni per grandi capitoli.

Capitolo primo. Inizio da lontano: nel suo bell'articolo sul Sole 24Ore di giovedì 13 gennaio, Fabrizio Galimberti si chiede se gli italiani, altre ad aver perso la voglia di fare figli, non abbiano anche rinunciato alla voglia di crescere come paese. Ottima riflessione, ma forse i due aspetti sono collegati: sempre Galimberti ci ricorda che la lingua giapponese dispone di una parola, karoshi, che esprime al presente la creazione di opportunità per i propri figli. Nessuna parola simile esiste nel nostro vocabolario, ma non è un problema di disponibilità terminologica: è possibile che in un paese a crescita zero si possano sviluppare spinte nella direzione indicata dal termine karoshi? Temo di no.

Capitolo secondo. Istruzione: abbiamo un sistema di istruzione poco efficiente (è un generoso eufemismo), ma soprattutto poco efficace, in particolare per ciò che riguarda l'istruzione universitaria e medio superiore. Per convincersene è sufficiente analizzare gli sconsolanti dati della recente indagine Ocse sui risultati degli studenti italiani nelle abilità di lettura, in quelle matematiche ed in quelle scientifiche: l'Italia si colloca agli ultimi posti nelle classifiche internazionali. Nell'era della globalizzazione, anche del sapere, i nostri laureati e diplomati sono poco o per nulla competitivi rispetto ai loro coetanei di altri paesi. Se poi si vuole esaurire ogni aspetto collegato all'istruzione con le riformette passate (per l'università) e future (per la scuola superiore) allora temo che il pessimismo con il quale ho iniziato questo articolo trovi ampia giustificazione nei dati di fatto.

Capitolo terzo. Il sistema delle imprese: che l'Italia sia caratterizzata da nanismo imprenditoriale è cosa sin troppo nota: osservo comunque che le dimensioni imprenditoriali non sono di per sé scarsa competività o scarsa propensione all'innovazione. Anzi, l'esperienza dei decenni scorsi dimostra il contrario durante i quali il fulcro di innovazione e competitività è stato costituito proprio da (una parte) delle Pmi. Senonché l'imprenditore italiano ha sempre dimostrato di saper eccellere nelle innovazioni di processo, molto meno in quello nelle innovazioni di prodotto: scovare modi per rendere massimamente efficiente il processo produttivo è sempre stata una risorsa dell'imprenditore italiano; ma in un'epoca di globalizzazione è possibile ritenere di poter stare sui mercati mondiali con gli stessi prodotti da Vicenza a Palermo, da Praga a Mosca, da New York a Pechino? Ricercare mercati vuol dire indagarne le specificità ed adattarvisi e a nulla vale l'illusione che ciò che va bene "qui" debba necessariamente andare bene anche "là".

Capitolo quarto. L'Italia nel sistema globale: stiamo sperimentando con sgomento crescente come la globalizzazione sia un fatto tangibile ed attuale e non un'ipotesi di ricerca: gran parte dei paesi che oggi fanno parte del G7 ne saranno esclusi fra qualche anno. Cina, India, Brasile si candidano già oggi ad essere i protagonisti del prossimo decennio e non c'è alcuna possibilità di contrastare questa tendenza: dobbiamo rassegnarci a cedere una fetta di Pil mondiale ai nuovi protagonisti, e ci andrà di lusso se al banchetto dei nuovi ricchi ci verrà conservato un posto dignitoso.

Quinto capitolo. Senza titolo: siamo all'indomani della "epocale" riforma fiscale. Non è mia intenzione "buttarla in politica" perché qui, purtroppo, la politica c'entra poco: che non vi sia nulla di così epocale lo dicono gli andamenti deludenti degli acquisti delle famiglie nella tanto agognata stagione dei saldi, ma non è questo il punto. Il punto vero credo siano le concezioni profonde che stanno dietro il disegno riformatore; è una vecchia scommessa: ridurre le tasse significa ridar fiato ai consumi, perché le famiglie, liberate di parte del fardello tributario, destineranno il reddito in più a consumi. Questo può essere vero, ma i comportamenti di consumo non sono uguali per ogni fascia di reddito: sarebbe stato più conveniente incidere di più sulla riduzione tributaria a vantaggio dei redditi bassi, quelli con maggiore propensione al consumo, mentre spalmare la riforma su tutte le fasce di reddito significa con ogni probabilità indurre al risparmio le fasce di redditi medi, spingere verso consumi vistosi quelle con redditi alti e non provocare nessun significativo effetto sui redditi bassi. Ma la ratio della riforma sta a significare che non si è compreso che il problema non sta nella carenza quantitativa della domanda, ma nell'insufficienza qualitativa dell'offerta: drogata come era dalle pratiche svalutative, dal ricorso incontrollato al deficit di bilancio, da tassi di inflazione a due cifre vissuti allegramente, l'economia italiana si trova oggi ad affrontare problemi cui non era abituata con mezzi inadeguati (altro generoso eufemismo) e un'indole conservatrice bypartisan.

Temo di aver affastellato aspetti lontani l'uno dall'altro e me ne scuso con il lettore che abbia avuto la pazienza di arrivare fin qui; per di più non mi illudo certo di aver esaurito il campo, ma credo che questi temi dovrebbero trovare posto nell'agenda di discussione dell'opinione pubblica informata. Rimuovere i problemi e/o illudersi che per uscire dalle secche sia sufficiente un'iniezione di ottimismo è pura e sciagurata follia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario