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Public Policy

Nel 2013? Ancora recessione

Contro il debito

Soluzioni? Assistere il debito con il patrimonio e non con il gettito, favorire fiscalmente gli investimenti, semplificare e liberalizzare.

di Davide Giacalone - 19 dicembre 2012

La confusione politica è somma, non mancano le tensioni istituzionali e sfido chiunque a dirsi tranquillo circa la prossima legislatura. Eppure lo spread scende e la Borsa sale. Il che lo rammento a quelli che credono siano indicatori legati al dibattito politico di giornata, a quelli, insomma, che mi paiono animati da razionalità non più di quanti vanno a farsi leggere la mano o s’attaccano curiosi all’oroscopo.

Ciò non vuol dire che lo spread sia un imbroglio, perché è solo un indice. Né vuol dire che possiamo far spallucce, perché ci costa. Solo che si deve fare attenzione ai problemi veri, che la politica tende a considerare solo fastidiosi impedimenti alla propria propaganda. Il più serio dei problemi è questo: chiudiamo un anno in cui si sono spremuti gli italiani, tassandoli ben oltre il ragionevole, allo scopo di porre sotto controllo l’andamento del debito, ma lo chiudiamo vedendolo crescere, sfondando la soglia dei 2000 miliardi. Lo chiudiamo con il fallimento di quella terapia. Nonostante l’Italia confermi l’avanzo primario, ripeta, quindi, un risultato già agguantato l’anno precedente e che non ha eguali in Europa, nonostante la spremitura fiscale abbia garantito gettito superiore alla spesa corrente, il debito cresce perché il suo costo lo alimenta. Questo è il tema sul quale si vorrebbero sentire proposte, che invece mancano alle forze politiche, ma mancano anche nella politica impostata dal governo.

Vittorio Grilli, ministro dell’economia, è andato negli Stati Uniti e ha spiegato che il debito italiano s’imbriglia alla condizione di portare la crescita nominale del prodotto interno lordo almeno al 3%. Crescita nominale significa la crescita reale cui si somma l’inflazione. Non è che sia molto, anzi (tanto per capirci: se l’inflazione è al 2% per ottenere quel risultato basta che il pil cresca dell’1). Il fatto è che il 2013 sarà un ulteriore anno di recessione, e benché i ministri, e lo stesso Mario Monti, continuino a dire che nella seconda parte dell’anno è previsto l’arrivo della ripresa, i numeri raccontano una storia diversa: andrà bene se, nella parte finale del 2013, si arresterà la caduta, mentre il previsto -1% pecca, al momento, di ottimismo. Dopo di che, da quel punto in poi, la ripresa sarà, per dirla con Mario Draghi, lenta e graduale. Vuol dire che quella miserrima crescita la agguanteremo, se ci si riuscirà, nel 2014. Se, da qui ad allora, continueremo ad applicare la ricetta inflitta agli italiani e al sistema produttivo nel morente 2012, ci arriveremo morenti anche noi, con le imprese che, quando non chiuderanno, andranno in banca a chiedere prestiti non per investire, ma per pagare le tasse. Come, del resto, già oggi la rete vitale delle piccole imprese è dovuta ricorrere ai risparmi non per puntare a nuovi affari, ma per soddisfare l’esosità fiscale.

A fronte di ciò sono parole vuote quelle che promettono meno fisco, senza specificare come, mentre sono parole folli quelle che ne promettono di più, in nome di un’equità scambiata per collettiva povertà. E sono parole a vuoto anche quelle di chi governa senza avere rimedi ai fallimenti del 2012. La via d’uscita c’è, eccome, se solo si assistesse il debito con il patrimonio e non con il gettito, si rendesse fiscalmente conveniente investire, si demolisse il mostro burocratico e si trovasse il coraggio delle liberalizzazioni. Ciò sarebbe equo, perché porterebbe ricchezza (con 450 miliardi portiamo il debito sotto al totale del pil e diveniamo il più solido Paese europeo). Dobbiamo spezzare il Pusp (Partito unico della spesa pubblica) e sconfiggere il Pcu (Partito corporazioni unite), per togliere zavorra all’Italia che corre. Che è forte, come le esportazioni dimostrano. E merita rappresentanza politica attenta al futuro, non ripiegata sul proprio interesse.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario