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Sul dossier francese Alcatel-Lucent

Consolidamento Ue ancora possibile

Adesso però si tratta di vedere se l’affare cambierà le carte in tavola. E l’Italia?

di Enrico Cisnetto - 27 marzo 2006

Si fa presto a dire che Chirac è sciovinista e che il governo francese pratica il protezionismo. E’ vero, per carità. Ma la denuncia rischia di trasformarsi in un alibi per chi, come noi, è privo di grandi progetti industriali, o quando li ha – per esempio Enel-Suez, Finmeccanica-Thales – non trova né supporto politico-diplomatico, né coerente comportamento in casa (vedi la polemica sui campioni nazionali, la predicazione antitrust sul gas o la liberalizzazione asimmetrica dell’energia elettrica). Invece di abbaiare alla luna, faremmo meglio ad osservare un altro dossier che ha per protagonista la Francia, quello Alcatel-Lucent. Il colosso transalpino aveva già tentato di fidanzarsi con la corporation americana nel 2001, ma ora sembra proprio che il matrimonio si celebrerà, dando vita al numero uno mondiale delle tecnologie di telefonia fissa e il numero due nelle infrastrutture per internet e reti cellulari, l’unico gruppo che potrà integrare definitivamente fisso e mobile. Ma per riuscirci, Alcatel dovrà superare il protezionismo americano che cinque anni fa impedì l’accordo e nel frattempo ha dovuto raggiungere traguardi di sviluppo che le consentono di capitalizzare 18,3 miliardi (Lucent è a 10,5) e di non essere più la vecchia società manifatturiera di un tempo. Ma questo significa che a Parigi i progetti di Serge Tchuruk sono stati assecondati e a nessun uomo politico, di governo o di opposizione che fosse, è mai venuto in mente di negare la necessità di creare gruppi la cui dimensione fosse in grado di assicurare grandi volumi di ricerca e innovazione. E gli altri paesi non stanno a guardare, se negli ultimi tempi la svedese Ericsson ha comprato la britannica Marconi e l’americana Cisco System non si è fatta sfuggire la Scientific Atlanta. Stiamo parlando dei grandi business di oggi e di domani, da cui l’Italia è sostanzialmente tagliata fuori se non per le presenze che assicura Finmeccanica. E a proposito del gruppo guidato da Guarguaglini, che ha in mente di raggiungere un accordo con la francese Thales, di cui Alcatel possiede oltre il 9% e ha già ricevuto dal governo l’okay a salire fino al 30%. Ora si tratta di vedere se l’affare Lucent cambia le carte in tavola. Non c’è dubbio che integrarsi con Thales per Finmeccanica sarebbe un’ottima scelta per rafforzarsi nell’’hi-tech della difesa (presidiato in Italia dall’eccellenza della romana Elettronica, guidata da Enzo Benigni e di cui tanto Finmeccanica quanto Thales hanno quote). Ma per riuscire nell’intento occorre un clima di rapporti tra governi, che in questi anni il solo Gianni Letta ha lodevolmente curato. Ora la vicenda Enel certo non aiuta, anche se a questo punto sarebbe opportuno che Roma e Parigi si mettessero intorno ad un tavolo per esaminare l’insieme delle partite aperte e di quelle da iniziare. Sapendo che per la nostra residua grande impresa la crescita ancora possibile sta tutta o quasi lungo l’asse franco-tedesco. Altrimenti il consolidamento europeo avverrà senza di noi, e l’Italia reciterà definitivamente il ruolo del paese da colonizzare.

Pubblicato su Il Messaggero il 26 marzo 2006

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