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Public Policy

Applichiamo la ricetta Giuseppe Guarino

Consiglio a Tremonti

Allo Stato serve una nuova public company per abbattere il reddito e rilanciare l'economia

di Enrico Cisnetto - 03 dicembre 2010

Sono bond, eurobond. Parafrasando il leggendario agente segreto 007 in queste concitate ore in cui l’euro è sulla graticola dei mercati – non come valore di cambio, che è ancora troppo alto, ma come tenuta dell’intero sistema monetario – viene evocata la nascita di e-bonds come strumento che Eurolandia deve darsi per evitare il peggio. La galleria dei sostenitori dell’idea è lunga ed autorevole: da Jacques Delors a Giulio Tremonti passando ora per Mario Monti. Il quale introduce però una variante di non poco conto: non più, come era stato finora, titoli per finanziarie nuove spese (ragionevolmente opere infrastrutturali di portata continentale), bensì per gestire almeno in parte il debito già esistente dei diversi Stati.

Obbligazioni emesse da una “Agenzia Europa per il debito” cui la Ue dovrebbe dar vita. Non nascondo che la proposta dell’ex commissario europeo abbia un suo fascino, anche se presuppone la dichiarata volontà di tutti i membri del club della moneta unica di avviare un percorso verso la loro integrazione politico-istituzionale che non solo non c’è stata quando era ovvio che si manifestasse (in occasione della nasciat dell’euro), ma che non ha minimamente fatto capolino neppure quando, la primavera scorsa è scoppiato il caso Grecia, e tanto meno ora che con Irlanda e Portogallo cominciano ad essere tirati in ballo paesi di ben maggiore peso come la Spagna.

E se non siamo stati capaci di mettere in comune debito nuovo (la proposta Delors e poi Tremonti), figuriamoci se ci sono le condizioni per farlo con il debito esistente. Tuttavia, sarebbe ostentazione di inutile e dannoso scetticismo elelncare tutte le difficoltà che obiettivamente ci sono perchè le classi dirigenti dei maggiori paesi europei facciano propria questa idea. Dunque, ben venga, parliamone. L’unica cosa che non vorrei accadesse, però, è che l’ipotesi eurobonds si trasformi in un grande alibi per i governi dei paesi più esposti per evitare di mettere in atto misure specifiche che abbissino il livello di rischio dei loro debiti sovrani. Il timore, inutile dirlo, è soprattutto che questo accada in Italia.

Dove la discussione intorno alle scelte di politica economica è stata incentrata sulla bontà e opportunità, o meno, delle misure di contenimento del deficit corrente imposte dal ministro Tremonti ad un premier e ad un governo piuttosto renitenti. Misure assolutamente necessarie e semmai minime, che ora speriamo incrociando le dita si rivelino sufficienti a regegre la forza d’urto speculativa dei mercati. Mentre nulla si è detto sul debito, che si approssima in termini assoluti ai 1900 miliardi e in termini relativi al 120% del pil.

Debito che in una stagione di tassi quasi a zero, ci è costato di interessi passivi la bellezza di 74 miliardi nel 2007, oltre 78 miliardi nel 2008 e 81 miliardi l’anno scorso. Stiamo parlando di circa 5 punti percentuali di pil ogni anno. E significa che la parte di debito eccedente il tetto del 60% sotto il quale tutti i paesi europei saranno chiamati a far convergere i loro debiti sovrani, comporta un esborso di circa 40 miliardi l’anno, e che in totale, in quindici anni, l’Italia ha speso qualcosa come 900 miliardi per ripagare questa quota parte “eccedente” di interessi.

Per quest’anno le stime della Ragioneria Generale dello Stato erano di oneri per 79 miliardi, che dovrebbero diventare 88 nel 2011 e 94 nel 2012. Ma il forte rialzo degli spread rischia di rendere queste stime sbagliate per difetto. Dunque noi avremmo comunque bisogno di intervenire sulla dinamica del debito. Anche a prescindere dalla necessità di scongiurare rischi di attacchi speculativi ai nostri Btp, e anche senza che le nuove regole del Patto di stabilità ci impongano manovre correttive.

Come? Torno ancora una volta riproporre la ricetta elaborata anni fa (quanto tempo abbiamo buttato via!) da Giuseppe Guarino: abbattere il debito almeno al 70% del pil, con un taglio di circa 500 miliardi, attraverso la costituzione di una spa – di cui il Tesoro avrebbe il 100%, per poi gradualmente scendere grazie alla quotazione nelle maggiori Borse – facendovi confluire partecipazioni (Eni, Enel, ecc.) e beni immobili appunto per un ammontare di circa 500 miliardi. Una public company, insomma, con una doppia “mission” precisa: abbattere il debito (e, di conseguenza, rilanciare l’economia) e razionalizzare il patrimonio dello Stato. Una soluzione che non richiede sacrifici al Paese ma che, inspiegabilmente, è rimasta nel cassetto.

Ora, di fronte ai fallimenti della Seconda Repubblica nella gestione del debito (alla firma del Patto di Maastricht, nel 1992, il nostro rapporto debito-pil era del 108% e adesso è cresciuto di di dodici punti nonostante 14 punti recuperati dalle privatizzazioni), merita di essere riconsiderata. Ben venga una ricetta-choc, un’operazione di tipo straordinario, di quelle che si possono fare solo con la spinta propulsiva delle situazioni che rischiano di diventare di emergenza. Basta un po’ di coraggio, e un barlume di lungimiranza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario