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Public Policy

Il vuoto delle idee e l’incapacità di governare

Consigli utili ai piazzisti

Mentre i paladini del bipolarismo cercano il consenso in piazza, il Paese va allo sfascio

di Enrico Cisnetto - 15 marzo 2010

Ora basta, non se ne può più. Ma è mai possibile pensare di governare un paese usando la piazza? E credere che scendere in piazza sia non solo il modo migliore, ma anche l’unico per prepararsi al governo di domani? Può una classe dirigente, nel suo complesso, arrivare a produrre un tale livello di lacerazione – tra le forze politiche, nelle istituzioni, nella società – da rendere possibile altro che lo scontro permanente, senza capire che tutto questo sgombra il campo dal confronto delle idee e lascia soltanto le macerie prodotte da una mediocrità elevata l’ennesima potenza? Quali che siano i motivi della contesa e le relative responsabilità, solo dei pazzi e dei mediocri possono arrivare allo stato delle cose che si sono create oggi in Italia. Non c’è motivazione e scusa che tenga, non c’è spiegazione che regga.

Così, facendogli credere che il vero tema sia quello di stabilire i torti e le ragioni e di conseguenza chi vince e chi perde – ma per fortuna sempre meno italiani ci credono – si porta il Paese allo sfascio. Invece di interrogarci su come facciamo a venir fuori dalla crisi più grave dal dopoguerra in poi, invece di soffermarci a capire cosa sta succedendo alla moneta unica e all’eurosistema, nel quale siamo pur sempre una componente debole (pigs o piigs che sia), noi riempiamo la politica e i media che l’amplificano di penose risse da cortile. No, cari “piazzisti” che agitate lo spettro di grandi manifestazioni ogni qualvolta cozzate contro la vostra dabbenaggine, che avete trasformato la politica in una puntata senza fine di qualche orrendo talk show, che avete ridicolizzato l’immagine dell’Italia in tutto il mondo, no, questo non è qualunquismo.

E’ civile reazione ad uno stato di cose non più tollerabile. Vi prego, fermatevi. Fate un passo indietro, mollate la presa. Perché la situazione è drammatica, e se non gli unici, siete certamente i principali responsabili di questo sfacelo. Mentre voi giocate ai sobillatori di popolo, mentre vi divertite a vedere chi la spara più grossa – il premio è il titolone il giorno dopo – mentre fate a gara a chi scopre l’aspetto più morboso dell’avversario, il Paese scivola lungo l’asse inclinato del declino e rischia senza neppure accorgersene sull’orlo del baratro. Esagerato? Affatto.

Mi limito a osservare i segnali, che sono tanti e inequivocabili e, soprattutto, conducono tutti verso la stessa direzione: o si cambia, per davvero, oppure scordiamoci di poter essere ancora annoverati tra i cosiddetti grandi del pianeta. Partiamo dall’economia: tra il 1992 e il 2007, ovvero dalla fine della prima Repubblica e l’avvento della malaugurata Seconda fino all’inizio della crisi finanziaria globale, abbiamo prodotto 15 punti di pil in meno rispetto alle media Ue e 35 rispetto agli Usa. Poi è arrivata la recessione, che ha sì colpito tutti e non solo noi, ma che certo non ha sanato di diversità (a nostro discapito) precedenti.

Sempre nel 1992, a Maastricht, ci prendemmo di sistemare i nostri conti pubblici, e in particolare di diminuire progressivamente il rapporto tra debito-pil: ebbene, da allora i nostri conti sono peggiorati drammaticamente, considerato che nel frattempo ci siamo mangiati 600 miliardi di euro provenienti dalle privatizzazioni. Proprio ieri Bankitalia ci ha detto che a gennaio il debito è salito a 1.787,8 miliardi (+5,2% rispetto a un anno prima), e sappiamo che nel 2009 era il 115,8 del pil, due decimi di punto in più di quanto non fosse nel 1993 e uguale alla Grecia. Inoltre, mi sfugge cosa ci sia da rallegrarsi degli ultimi dati di Istat e Ocse sulla congiuntura economica.

La ripresa, che viene da alcuni sbandierata come un vessillo, non c’è. L’Istat ci dice che la produzione industriale a gennaio è aumentata del 2,6% rispetto a dicembre e ha perso un ulteriore 3,3% su base annua. Senza contare che, rispetto alla condizione precedente alla crisi, la nostra industria manifatturiera è arrivata a perdere oltre un quarto della sua potenza, salvo poi recuperare lievemente, ma attestandosi sulla perdita complessiva di un quinto della sua vecchia stazza. Come si esce da questa situazione? Prima di tutto con le riforme, che finora non sono mai state fatte nonostante se ne parli da un ventennio buono.

Per esempio? Abolire le province, accorpare regioni e comuni in sovrannumero, eliminare quelle istituzioni di secondo grado come comunità montane che costano un occhio e non servono. Insomma, rivedere l’articolazione istituzionale del paese senza precedenti. Poi si dovrebbe procedere ad un innalzamento dell’età pensionabile almeno a 67 anni, non fosse altro perché l’aspettativa di vita degli italiani ha raggiunto gli 81,8 anni, la più alta al mondo.

E ancora: rivedere radicalmente il funzionamento della sanità, che è in default in 6 regioni su 20. Così facendo si potrebbero recuperare 200-300 miliardi, che permetterebbero un piano straordinario per il rilancio dell’economia, sulla base di un rinnovato modello di sviluppo, senza aggravare la condizione della finanza pubblica. Sulla quale, anzi, occorrerà intervenire per ridurre il debito con interventi una-tantum, che sono possibili se si entra nell’ordine di idee che il Paese va rivoltato come un calzino.

Naturalmente non è solo sul versante dell’economia che i problemi scottano: da anni inseguiamo una riforma strutturale della giustizia, penale e civile, senza fare alcun passo avanti, così come scuola e università dovrebbero trovare nell’eccellenze che non abbiano il loro scopo ma così non è, per non dire del sistema politico-istituzionale, che avrebbe bisogno di essere ripensato per abbandonare un federalismo straccione e costoso, per ridare agli italiani una legge elettorale (unica per ogni livello di voto) degna di un paese civile, per rivedere la Costituzione senza tabù ma anche senza spirito iconoclasta sapendo che le regole del gioco si scrivono assieme.

Ecco, noi dovremmo essere impegnati a realizzare questo colossale sforzo di risanamento, modernizzazione e rilancio del Paese, e invece passiamo senza soluzione di continuità dalle vicende giudiziarie del premier alle grida santoriane e dipietresche, dalla piazza viola che sa solo recitare la litania anti-berluscoaniana a quella azzurra che grida al complotto per nascondere il proprio dilettantismo, il vuoto pneumatico delle idee e l’incapacità di governare pur avendo maggioranze parlamentari di cui nessuno ha mai potuto disporre.
Per quanto ancora potremo sopportare tutto questo? Ma soprattutto: per quanto tempo potremo ancora permettercelo?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario