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“Mia suocera beve”. E a noi conviene rimuginare

Consigli di lettura

Un antieroe-eroico e qualche amara riflessione sui processi in tv nell’ultimo libro di Diego De Silva

di Paola Nania - 08 novembre 2010

Vincenzo Malinconico rimugina e si vede. Anzi si legge, nelle 338 pagine dell’ultimo romanzo di Diego De Silva. In “Mia suocera beve” (Einaudi, 18 euro) il protagonista riflette, riflette, riflette, “s’incarta”, si arena, poi riparte. Rimugina così tanto che ogni tanto fa fatica stare dietro a quelle pagine, ti viene voglia di saltarne qualcuna per andare al punto, a quello successivo.

Un neo nella narrazione. O una scelta voluta, per sottolineare il carattere dell’avvocato (pseudo) sfigato, che non si capisce bene se sia più eroe o antieroe, più “sfigato ma figo” o “figo” mezzo fallito.

Di certo Malinconico (un nome, un programma) è un tipo interessante perché spiazza, non si fa inquadrare: finge di essere un debosciato ma i pensieri tradiscono una mente curiosa; mostra scarsa capacità di imporsi ma si trova in mezzo a situazioni assurde che gestisce niente male.

E’ lui il punto di forza del racconto, insieme a quella suocera stravagante e anticonformista e a un’ex moglie non proprio simpatica… I personaggi, dunque, valgono bene la lettura insieme alla lunga riflessione sulla giustizia italiana, i processi in tv, la potenza dell’immagine, il concetto di successo, la visibilità attraverso le telecamere.

“Mia suocera beve” è perfettamente calato nell’attualità giornalistica, anticipa gli eccessi a cui abbiamo assistito con il caso di Sarah Scazzi e Avetrana, ragiona sulla potenza dei tribunali televisivi e lo fa con tono a volte scanzonato, a volte amaro. Fa il verso (o interpreta, a seconda dei punti di vista) il dibattito che puntualmente si scatena sui media, i tic del pubblico assatanato di reality, le sirene del successo facile che-sei-se-appari (a Porta a Porta), il circo della diretta a tutti i costi…

C’è tanto di noi nel libro di De Silva, che conviene leggerlo e rimuginarci un po’ su.

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