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Gli Usa arrancano, ma dopo 15 anni di crescita

Congiuntura Ue positiva ma fuorviante

Non ci vuole molto a prevedere che l’asse Usa-Asia trainerà ancora la crescita mondiale

di Enrico Cisnetto - 11 settembre 2006

Europa meglio degli Stati Uniti? A volte la congiuntura positiva può creare perniciose illusioni. In un panorama economico mondiale nel quale tendono a ridursi sempre di più i differenziali di sviluppo tra Eurolandia e Usa, sta tornando a prendere piede l’idea che il Vecchio Continente possa in qualche modo sostituirsi al Nuovo Mondo nel ruolo di locomotiva dell’economia globale. Niente di più sbagliato. Questa previsione, che ricalca quella fatta nel 2001 da Romano Prodi, all’epoca presidente della Commissione Ue, dopo i tre trimestri consecutivi di crescita americana negativa che segnarono la recessione pre-11 settembre, purtroppo è destinata a non avverarsi. Certo, è vero che oggi l’economia Usa vive un momento di difficoltà, e ne sono segnali inequivocabili la fiducia calante dei consumatori, il mercato immobiliare che segna il passo, e l’inflazione che resta al di sopra dei valori considerati ottimali dalla Fed nonostante la tregua (momentanea) sul fronte del costo del petrolio. Ma non si può non sottolineare che questa difficoltà arriva dopo ben 15 anni di crescita ininterrotta – se si eccetuano i famosi 9 mesi del 2001 – sospinti prima dalla bolla tecnologica e poi da quella immobiliare, e dalla politica espansiva di Greenspan che ha permesso agli americani di indebitarsi e quindi ai consumi di continuare a crescere. Soprattutto, le imprese americane hanno già cambiato pelle e – come ribadito di recente da Draghi – hanno bilanci solidi, il che vuol dire che saranno in grado anche di fronteggiare un’eventuale diminuzione della domanda.
Diversa la situazione dell’Europa, dove la ripresa c’è ma dopo anni di rallentamento e con previsioni di assoluta momentaneità. Eurolandia non ha per nulla completato il suo passaggio storico verso l’economia digitale: la “lezione americana” sulla flessibilità – imprenditoriale, prima ancora che del lavoro – è stata accolta in teoria, ma fatica a essere messa in pratica, e la forza propulsiva della ristrutturazione industriale è cominciata in Germania ma arranca faticosamente in altri paesi (come l’Italia), mentre il processo di fusione tra imprese continua ad essere rallentato dal protezionismo infraeuropeo, che impedisce la formazione di veri e propri “campioni continentali”. In più, l’invecchiamento della popolazione rischia di far collassare la spesa pensionistica e sanitaria, anche di chi, come Italia, Francia e Germania, qualche timida riforma l’ha pur realizzata.
D’altra parte, i dati parlano chiaro: secondo l’Ocse, quest’anno gli Stati Uniti cresceranno comunque del 3,6%, ovvero del 25% in più dell’area Euro, del 33% della Francia, del 39% della Germania, addirittura del 50% dell’Italia. Insomma, non ci vuole molto a prevedere che – anche se il momento di appannamento congiunturale degli Stati Uniti dovesse durare – l’asse Usa-Asia continuerà a trainare la crescita mondiale. E allora apparirà chiaro come per l’Europa la congiuntura positiva di oggi svolga semplicemente un’azione deformante su una realtà molto più dura di come tutti la raccontano e vorrebbero che fosse.

Pubblicato sul Messaggero del 10 settembre 2006

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