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La res-pubblica oltre l’ingerenza cattolica

Confini marcati tra Stato e Chiesa

Per costruire una società multiculturale occorre, prima di tutto, un Paese laico

di Cesare Greco - 25 maggio 2007

La CEI in tutti questi mesi non ha fatto altro che ricordare quella che era ed è la linea della Chiesa Cattolica sui principali temi etici che finiscono per entrare in quelli che, da sempre, sono considerati baluardi insuperabili dalla autorità religiose. In quanto organizzazione religiosa basata su dogmi, non le è permesso derogare da questi, pena lo snaturamento della sua dottrina e del suo stesso motivo di essere. Inoltre l’appartenenza alla Chiesa come comunità di credenti viene sancito e rafforzato da una serie di Sacramenti che ribadiscono, per tappe successive, il patto con Dio attraverso la mediazione dei Ministri del Culto.
L’appartenenza alla comunità dei fedeli è, nel mondo occidentale, una scelta libera dalla quale è possibile in ogni momento recedere, senza che con ciò si rischi nulla sul piano della libertà personale o della propria vita. Ma proprio perché scelta libera, richiede coerenza comportamentale e assunzione delle proprie responsabilità. Dal punto di vista ecclesiastico, quindi, le autorità religiose hanno non solo il diritto, ma il dovere, di richiamare i propri fedeli al rispetto delle regole e dei dettami delle gerarchie. Meravigliarsi che nel nostro tempo ancora avvengano fatti di questo genere e che nelle nostre società democratiche ancora le autorità religiose richiamino i fedeli al rispetto dei loro dettami, significa non avere compreso il significato dell’appartenenza ad una comunità di fede e attribuire loro un relativismo (parola in argomento e di moda) che non è e non può essere previsto proprio per la natura dogmatica delle stessa fede religiosa. Quando il Cardinale Camillo Ruini iniziò con più insistenza e puntualità a sottolineare le posizioni dei vescovi italiani su temi politici a valenza etica, molti si meravigliarono e lo accusarono di ingerenza politica nelle decisioni dello Stato. Alcuni arrivarono a sperare in una presa di distanza e sostituzione del Presidente della CEI da parte di Giovanni Paolo II. Quando poi, essendo giunto a scadenza della sua carica, Ruini fu sostituto, molti auspicarono un radicale cambiamento del comportamento dei vescovi espresso dalla nomina di un presidente più aperturista e “democratico”.

Non avvenne nulla di quanto auspicato e non avvenne per il semplice motivo che Ruini altro non faceva, e il suo successore altro non fa, che ribadire, nella realtà italiana, quanto in generale affermato dalla Congregazione per la dottrina della Fede, presieduta dall’allora Cardinale Ratzinger attuale Pontefice, e dal Pontefice di allora, che le note della Congregazione aveva approvato e autorizzato per la pubblicazione. Lo stesso recente richiamo ai politici cattolici ad uniformarsi ai dettami etici della Chiesa nella loro attività legislativa, non è una mossa tattica del nuovo Presidente della Conferenza Episcopale al fine di destabilizzare governi e schieramenti. E’ il richiamo alla “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” pubblicata nel 2002 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (sempre presieduta dall’attuale Benedetto XVI) e sottoscritte da Giovanni Paolo II. Né si può ritenere questa impostazione poco condivisa tra le gerarchie ecclesiastiche o comunque discussa, dal momento che le posizioni di Joseph Ratzinger, eletto con insolita rapidità al Soglio di Pietro, non si sono certo formate in Conclave ma erano ai suoi elettori ben note ed evidentemente condivise. Nessuna novità, dunque, nessuna decisione di scendere direttamente nell’agone politico, nessuna ingerenza nei fatti, ma semplice, legittimo, richiamo ai precetti religiosi.

Il problema, dunque, non sono le “esternazioni” dei vescovi, ma è il comportamento dei politici in relazione alle posizioni della Chiesa. Se la Chiesa svolge legittimamente il proprio compito, chi è invece chiamato a legiferare deve tenere presente in primo luogo le esigenze comuni di tutti i cittadini, le loro diverse sensibilità ed evitare di confondere l’osservanza dei precetti religiosi con l’osservanza della legge. I politici, in sostanza, hanno l’obbligo a decidere laicamente e con equilibrio al fine di garantire da una parte il mantenimento dei valori dello Stato democratico e dall’altra il rispetto delle libertà individuali. Ciò che un politico non può fare è agire in funzione di raccomandazioni che non siano dettate da equità nei confronti di tutti, credenti, diversamente credenti o non credenti. L’Italia è sempre stata ed è un paese a preponderante cultura cattolica. Ne sanno qualcosa quanti, ebrei, protestanti, musulmani hanno una diversa visione dei principi etici. Negli ultimi anni molti cambiamenti stanno avvenendo nel nostro Paese e in Europa. Le nostre società vanno sempre di più assumendo i contorni di società multietniche, multiculturali e multireligiose. L’impegno dei politici deve essere quello di salvaguardare il carattere laico dello Stato al fine di evitare che le contrapposizioni culturali e religiose finiscano per minarne le fondamenta. Oggi non appare neanche in ipotesi la possibilità che prenda vita e si affermi un partito di ispirazione musulmana, ma sarà sempre così? Se lo stato non saprà porre dei precisi confini tra politica e religione, cosa si potrà mai dire ad un parlamentare che dovesse affermare di volere uniformare la propria azione politica alla Sharia? Quali argomenti potrà opporre chi oggi confonde il peccato con il reato ed è orgoglioso di farlo? Il problema non riguarda dunque il vescovo o il rabbino o il mullah, ove questi agiscano comunque nel rispetto delle leggi e dell’integrità dello Stato, riguarda quanti si impegnano nella gestione della cosa pubblica. In sostanza non era Ruini e non è Bagnasco a tenere un comportamento scorretto nei confronti dello Stato, ma erano e sono quei politici che supinamente (e aggiungerei, spesso furbescamente per coprire il totale vuoto di idee) corrono a legiferare in ginocchio, dimenticando di essere rappresentanti di uno Stato sovrano nel quale tutte le idee, tutti i credi hanno uguale diritto di cittadinanza. Ma sbagliano anche quanti, cedendo a vecchie pulsioni anticlericali che nulla hanno a che fare con la laicità, vorrebbero impedire alle autorità religiose di esprimere il proprio pensiero. Anche questo è un segno grave di debolezza, paura del confronto, e assenza di capacità di autonoma elaborazione culturale e politica.

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