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Public Policy

La reazione degli industriali

Confindustria forcona

Il Paese ha superato il punto di non ritorno e Squinzi parte all'attacco del Governo

di Enrico Cisnetto - 20 dicembre 2013

Altro che i “forconi”. Se la prudente Confindustria ha deciso di partire all’attacco del governo, mercoledì con un fondo del direttore del Sole 24 Ore in cui si dava del “traditore” a Letta e ieri con ruvide dichiarazioni del presidente Squinzi – “finalmente cazzute”, per dirla con le parole di molti suoi colleghi fin qui scontenti di una rappresentanza considerata troppo acquiescente – significa che anche gli imprenditori, compresi quelli “governativi” per definizione, non ne possono più e vogliono urlarlo a pieni polmoni.

Mi riferiscono che alla riunione del direttivo di Confindustria di qualche giorno fa la combattiva e brava presidente degli industriali di Torino, Licia Mattioli, abbia chiesto di “scendere in piazza” e che l’umore di tutti pendolava tra la rabbia e lo sgomento. Un grido di dolore non di qualunquistica avversione alla politica – magari da surrogare con uno stato di polizia o i militari al governo, come qualche imbecille grida nelle manifestazioni rivoltose – ma di chi vede messa in pericolo la sua stessa sopravvivenza e vuole reagire. Se Squinzi, che fin qui ha fatto prevalere il senso di responsabilità verso un governo deludente ma indispensabile, usa la cruda valutazione che la recessione, quella “profonda” durata 6 anni e che ci ha mangiato 9,1 punti di pil, sarà pure finita ma certo non sono finiti i danni, “commisurabili solo con quelli di una guerra”, che ha prodotto, vuol dire che il mondo produttivo sente la necessità di dire con forza la verità ad un Paese diviso tra chi la crisi l’ha materialmente patita e chi l’avverte più che altro sul piano psicologico ma che complessivamente ha subito un grave arretramento ed è diventato più fragile ed è unito dal giudizio di condanna inappellabile nei confronti della politica. Se poi Squinzi aggiunge che parlare di ripresa suona “derisorio” perché un conto è che la recessione abbia rallentato o anche terminato la sua corsa e un altro è aver avviato la ripartenza, significa che gli imprenditori non vivono il clima che serve ad invertire il senso di marcia.

E, d’altra parte, come potrebbe essere altrimenti se, da un lato, si è commesso l’errore di raccontare che si vede la luce in fondo al tunnel quando le cose non stanno affatto così, e se, dall’altro, quotidianamente si allestiscono indecorosi balletti intorno al tema di maggiore sensibilità, quello fiscale. Non voglio pronunciarmi sulla legge di stabilità finché i due rami del parlamento non l’avranno definitivamente licenziata – anzi, finché non sarà in Gazzetta Ufficiale, vista la pessima abitudine di taroccare i testi normativi anche dopo la loro formale approvazione – ma certo tra Imu-Tasi, Tobin-tax e Web-rax, infinitesimale riduzione del cuneo fiscale e balletto l’uso dei presunti risparmi della spending review, si è messo in scena uno spettacolo a dir poco deplorevole.

Cosa che contrasta, stridendo, con la chiarezza che ormai tutti hanno di cosa bisognerebbe fare: smettere di spendere soldi per mantenere il benessere degli insider protetti (politici, burocrati, dipendenti pubblici, imprenditori assistiti-tutelati, evasori totali, pensionati) e investire sugli asset del futuro (settori strategici ad alto contenuto di innovazione tecnologica, manifatturiero e servizi internazionalizzati, logistica, turismo-cultura) a favore degli outsider, attraverso le riforme strutturali, il cambio di segno del welfare e l’uso intelligente del patrimonio pubblico.

Come volete che sia lo stato d’animo degli imprenditori, grandi e piccoli, al cospetto di questa palese dimostrazione di impotenza politica? Il mondo produttivo si domanda in coro se il Paese non abbia già superato il punto di non ritorno e, purtroppo, in moltissimi casi si da risposta affermativa. Per cui nessuno investe, pochi (quello che esportano) riescono ad astrarsi, molti chiudono-vendono-emigrano-esportano capitali, tutti vorrebbero prendere la residenza a Londra (un numero crescente l’ha già fatto). Sul piano politico, il rischio è che in tanti, troppi, cedano alle lusinghe dell’anti-politica qualunquista. Il pericolo non è che gli imprenditori scendano in piazza – nel caso, consiglio di farlo insieme ai loro lavoratori – ma che gonfino le vele del populismo, dei movimenti anti-euro, di chi urla “facciamola finita” (intendendo, consapevolmente o meno, “con la democrazia”).

L’altro giorno Paolo Mieli, partecipando ad un mio “Roma Incontra”, ha detto di non temere questo ennesimo autunno caldo, perché è dal 1968 e dal 1976 che le fiammate ribellistiche si spengono a primavera. La statistica milita a favore di questa tesi, ma ho l’impressione che, invece, questa volta sia diverso. E che, come nel 1992, la politica si farà trovare impreparata. Vorrei sbagliarmi, ma temo che nelle viscere della società circolino veleni destinati a lasciare pesanti conseguenze. Nell’attesa, buon Natale.

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