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La crisi e il "partito degli industriali"

Conclusioni corrette, ma parziali

Confindustria favorisca la nascita di una nuova classe dirigente

di Enrico Cisnetto - 30 maggio 2011

“Quando ho detto che ci batteremo al di fuori dall’impresa non intendevo parlare di un impegno politico”. Così Emma Marcegaglia cerca di smentire ciò che invece emergeva con chiarezza dalla sua relazione all’assemblea di Confindustria, e cioè che di fronte alla constatazione che la maggioranza è “in evidente difficoltà” e che l’opposizione è “incapace di esprimere un disegno riformista”, la reazione del capitalismo italiano potrebbe essere la creazione di un “partito degli industriali”.

E la fa, questa rettifica, mentre capeggia la “marcia” – inevitabilmente di “protesta”, anche se lo sforzo è stato quello di darle una veste di “proposta” – organizzata da Confindustria Treviso.

Un malessere, quello del Nordest delle imprese piccole e medie che più di altri ha pagato il prezzo della recessione e ora paga quello della mancata crescita, che è prima di tutto nei confronti del governo, e di cui Marcegaglia da un lato è costretta a farsi interprete nonostante tre anni di presidenza eccessivamente schiacciati su Berlusconi, e dall’altro si fa scudo per difendersi, nell’ultimo anno di mandato, dal contraccolpo che inevitabilmente subirà dall’uscita, ormai certa, di Fiat dalla confederazione.

Ma, tatticismi a parte, la “discesa in campo” evocata è solo una minaccia o davvero una realtà? E nel caso, servirebbe alle imprese? E al Paese? Diciamo che le conclusioni politiche cui Confindustria è arrivata sono corrette ma parziali.

Non è per sfortuna che sia il centro-destra che il centro-sinistra non abbiano funzionato, bensì per precise cause insite in quel bipolarismo che gli stessi imprenditori hanno invocato nella convinzione che applicando lo schema “due soggetti, chi vince prende tutto, chi perde si prepara a rifarsi” si potessero magicamente risolvere tutti i problemi ereditati dalla Prima Repubblica. Ma Confindustria a questa valutazione autocritica non arriva. E tantomeno offre una proposta su come affrontare il malfunzionamento del sistema politico e istituzionale.

Ed è proprio qui, in questo vulnus di analisi, che scatta il riflesso condizionato del “ghe pensi mi” versione collettiva. Grosso modo l’idea è: noi imprenditori abbiamo dimostrato di essere classe dirigente, i politici no; se il Paese non funziona il motivo è questo, ed allora eccoci pronti a prendere il loro posto. Peccato, però, che il nodo non sia “cambiamento degli uomini a invarianza di sistema”, ma “cambiamento di sistema e quindi anche di uomini”. Fa una bella differenza. Soprattutto per Confindustria, che nel secondo caso non dovrebbe trasformarsi in un comitato elettorale, bensì attrezzarsi a far passare nel Paese un nuovo modello di sistema politico e istituzionale.

Magari lanciando idee forti, come la richiesta di un’Assemblea Costituente cui consegnare il compito, non riuscito ai parlamenti degli ultimi vent’anni, di riscrivere in modo condiviso le regole del gioco. Finora non l’ha fatto dicendo che non era compito suo. Errore. E comunque, a maggior ragione, non sarebbe suo compito promuovere la nascita di un “partito degli industriali”.

Confindustria deve invece indicare la strada. E favorire la formazione di nuova classe dirigente – non necessariamente fatta di imprenditori – che si aggreghi intorno ad un “progetto paese”. Solo così, tra l’altro, si salverà dallo tsunami che la Fiat sta per scaraventarle addosso.

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