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Accordo sulla produttività

Competitività. Ora tocca al governo

Se il governo ha idee convochi subito le parti sociali

di Enrico Cisnetto - 11 novembre 2012

Probabilmente ha ragione Luigi Angeletti: “che si faccia o non si faccia è uguale, sono testi che abbiamo scritto e riscritto dieci volte”. Parlo dell’accordo sulla produttività, che partendo da un testo condiviso (e firmato il 17 ottobre anche dalla Cgil) ora è finito nelle secche di un contrasto che più che contrapporre sindacati a datori di lavoro pare vedere – more solito – la Cgil contro Cisl e Uil. Venerdì ho avuto l’occasione di un dibattito a Savona con il presidente della Confindustria, e Squinzi è stato fattivamente ottimista: “prevarrà il buonsenso, alla fine si firmerà”. Il leader della Uil è di parere opposto, e comunque giudica il patto niente di più di un “accordicchio”.

In tutti i casi, serve davvero un accordo tra le parti sociali, da cui il governo si è chiamato fuori? La mia impressione è che se a quel tavolo non ci sono risorse da distribuire – sotto forma di sgravi fiscali (cuneo per i lavoratori, detassazione degli straordinari, riduzione dell’Irap) – e decisioni politiche collaterali prese – a cominciare da una revisione della riforma Fornero sul mercato del lavoro sulla base dell’autocritica che lo stesso ministro ha fatto, e da un’equiparazione pubblico-privato che porti le 36 ore di lavoro della pubblica amministrazione a 40 a parità di busta paga – il risultato della trattativa, si firmi una cosa inutile o non si firmi affatto, sarà comunque negativo.

Dunque, serve un intervento del governo, che in questa fase non può limitarsi ad auspicare la saggezza delle parti. E il motivo sta nelle condizioni congiunturali di contorno in cui si svolge questo che potrebbe (poteva?) essere un passaggio fondamentale per favorire la ripresa. Primo: la disoccupazione. Il fatto che l’Istat preveda un “rilevante incremento” del tasso di disoccupazione sia per quest’anno, al 10,6%, sia per il 2013 (raggiungerebbe l’11,4%) nonostante che la recessione sia destinata ad attenuarsi, e che ciononostante la cassa integrazione (ammortizzatore che tiene basso il numero di coloro che entrano nella statistica dei senza lavoro) tenga oggi in sospeso oltre mezzo milione di lavoratori e a fine anno finirà per sfondare il muro del miliardo di ore, significa che gli effetti della crisi stanno diventando devastanti e il governo non può ignorarli, non fosse altro per evitare tensioni sociali di piazza.
Secondo: i consumi. La spesa privata sta andando peggio del pil, tanto che dovrebbe registrare quest’anno una contrazione del 3,2% (per Confcommercio è già -2,7% nei primi nove mesi), otto decimi più del pil, e dello 0,7% l’anno prossimo (due decimi in più). Il che conferma un’inversione di tendenza rispetto alla crisi del 2008-2009: in quella fase, nella (infondata) ipotesi che si trattasse di qualcosa di passeggero, gli italiani reagirono con una maggiore tendenza a consumare (la contrazione fu nettamente più bassa di quella del pil) e una minore a risparmiare. Ora, dopo che negli ultimi cinque anni si sono bruciati sette punti e mezzo di ricchezza, avviene il contrario, tanto che il tasso di risparmio è sceso all’8% e la quota di famiglie in difficoltà ha raggiunto il massimo storico. Anche questo non può lasciare indifferente palazzo Chigi.

In conclusione, invece di misurarsi in inutili pratiche ottiche sul fatto se sia visibile o meno un po’ di luce in fondo al tunnel, il governo chiami le parti sociali e provi a dare un senso agli ultimi cinque mesi di legislatura.

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