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Dallo scranno 492

"Compagni di Camera", la parentesi (amara) di Giancarlo Mazzuca in Parlamento

Il Direttore de "Il Giorno" racconta i suoi 5 anni da deputato Pdl. Dall'entusiasmo iniziale alla scelta di ritornare al giornalismo, passando per indiscrezioni, delusioni e qualche rimpianto.

di Marco Dipaola - 16 luglio 2013

Un uomo solo, lassù, in alto che saluta il resto dell’aula di Montecitorio, completamente vuota. Il senso di “Compagni di Camera. Reality segreto di una legislatura” è tutto nell’immagine presente sulla contro copertina. Quell’uomo che saluta è l’autore del libro, Giancarlo Mazzuca, e quell’aula è la protagonista di cinque anni di illusioni e amarezze.

Nel pamphlet pubblicato da Minerva Edizioni, l’attuale direttore de “Il Giorno” racconta la parabola di una giornalista di vecchia data – di quelli fieri, che amano autodefinirsi cronisti – che in un grigio pomeriggio di dicembre del 2007 riceve una chiamata che sconvolgerà la sua vita per i 5 anni a venire. Da una parte della cornetta Mazzuca, allora al settimo anno di direzione del “Resto del Carlino”, dall’altra Silvio Berlusconi.

In quel periodo il governo Prodi è ormai moribondo e il Cavaliere sta già allestendo la squadra parlamentare in vista delle elezioni, che sembrano imminenti. “Direttore sono Silvio Berlusconi, sono a Bologna, posso venire a trovarla al giornale?”. Da lì a poche ore l’incontro, una chiacchierata informale sulle vicende politiche del momento, e poi l’offerta difficile da rifiutare: “il centrodestra è in pole position per le prossime elezioni, Direttore perché non ci fa un pensierino?” Mazzuca descrive con lucidità e partecipazione quei momenti, nel suo studio del “Carlino”. Le parole del Cavaliere lo spiazzano, ponendolo davanti ad un bivio: continuare a fare il giornalista, il mestiere di una vita, oppure optare per una di quelle avventure che ti capitano una sola volta nella vita, divenendo un parlamentare del Pdl? Il libro, definito dallo stesso autore “amaro e autobiografico” parte da questo dubbio. A prevalere, sulla razionalità e anche sui consigli della moglie Gabriella, è la speranza di mettere a frutto le competenza acquisite in anni e anni di carriera. “Volevo rimboccarmi le maniche e impegnarmi in prima persona – scrive l’attuale Direttore de “Il Giorno” – ma dopo cinque anni di legislatura le maniche sono rimaste rimboccate e non ho combinato quasi nulla”.

Le parole si fanno piene di amarezza e inizia la descrizione della vita da Onorevole, vissuta nello scranno 492 di Montecitorio: “un gran bel numero, perché basta aggiungere un 1 all’inizio e vien fuori la data della scoperta dell’America”. “Sono stato inghiottito dalla palude parlamentare, capace di annientare quasi tutto, secondo i meccanismi infernali dei veti e dei controveti – scrive Mazzuca – o nei passaggi da una commissione e da una Camera all’altra”. Ogni attività individuale viene filtrata o direttamente soppressa. Le decisioni vengono prese dai quei 3-4 che contano davvero, e questo succede in tutti gli schieramenti, non solo nel Pdl. La parola d’ordine è “insabbiare” e così anche le proposte di legge presentate da Mazzuca – per la riforma dell’ordine dei giornalisti, la costituzione della provincia della Romagna, o l’insequestrabilità delle opere d’arte – partono già con la consapevolezza di vedere il proprio cammino intralciato da questo o quel veto. Anche i rapporti con i colleghi sono diversi da quel che ci si aspettava: “ognuno pensa per sé e non solo in prossimità delle elezioni”.

Il racconto si snoda senza mai sfiorare i toni sferzanti e aprioristici dell’antipolitica. A scriverlo, in fondo, è un cronista, e si vede. La descrizione dei retroscena in aula o in Transatlantico, ad esempio, pur lasciando trasparire un forte sentimento di disillusione, è chiara, essenziale, brillante. Lo stile è persino ironico quando Mazzuca scherza sul suo peso e sulla sua tendenza a sconfinare nello spazio riservato al suo compagno di banco.

“È difficilissimo inventarsi uomo politico” – è questa la conclusione a cui arriva l’autore – il mestiere non è facile e i “professionisti” ti fanno il vuoto attorno. Ecco il vero spreco della casta”. Nel testo non mancano però, parole di forte autocritica: “ho commesso molti errori, non mi sono mai messo in discussione, sono stato un po’ sul piedistallo, restando alla finestra a guardare lo spettacolo”.

“Compagni di Camera” è un piacevole affresco sulla sensazione di inutilità provata da un “politico non di professione”, che dopo cinque anni in Parlamento rifiuta la ricandidatura, rifugiandosi nel mestiere di sempre, quello del giornale da fare ogni giorno, con la libertà di esprimere il proprio punto di vista senza sottostare ai diktat di chicchessia. “Indro avevi ragione tu”, scrive Mazzuca nelle conclusioni, raccontando la scelta del “maestro” di rifiutare qualsiasi avances politica. “Parlo e scrivo contro il Palazzo da una vita – diceva Montanelli – non posso entrare a farne parte”. A volte, però, per comprendere davvero le cose, bisogna provarle. Mazzuca lo ha fatto, e il risultato è questo piacevolissimo libro.

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