ultimora
Public Policy

La differente percezione del rischio

Communication breakdown?

Non sempre ciò che preoccupa di più è l’evento più probabile

di Marco Scotti - 04 novembre 2009

I numeri, spesso, contano. Descrivono scenari di cui si è persa la reale consistenza. Il caso dell’influenza A non fa eccezione e, anzi, sottolinea ancora una volta come la comunicazione della paura sia l’autentico motore dell’economia del Terzo Millennio. Ricordate il Millennium Bug che avrebbe dovuto resettare tutti i computer del mondo riportandoci a una sorta di età della pietra? Sarebbero dovuti cadere aerei, non più controllati dai computer in tilt; le città si sarebbero spente completamente e i semafori, ormai automatizzati, avrebbero smesso di funzionare provocando una serie inimmaginabile di tamponamenti a catena. E invece, semplicemente, non accadde nulla. Tutti festeggiarono felici il Nuovo Millennio e nessun computer fu vittima di alcun “baco”.

L’esempio del bug è calzante perché apre un interrogativo ben più importante: perché certe situazioni non fanno notizia e altre sì? Ogni anno, solo in Italia, si verificano 3 milioni di infortuni domestici, da cui originano 8400 morti e 300mila ricoveri ospedalieri. Eppure, non ricordo nessuna campagna pubblicitaria di Topo Gigio o di qualche altro simpatico animaletto che ricordi di non salire sulla scala con le calze perché si potrebbe scivolare, o di non toccare il phon mentre si è ancora bagnati. I numeri sono allarmanti, e hanno dei costi per la spesa pubblica incredibili. Ma nessuno ne parla, mai.

Paragoniamo ora questi numeri a quelli di due influenze che avrebbero dovuto tramutarsi in pandemie: la SARS e l’aviaria. La prima, che iniziò a manifestarsi nel Sud-est asiatico a partire dal febbraio del 2003 e che costrinse l’OMS ad annunciare il rischio di epidemia per l’autunno dello stesso anno, ha prodotto la bellezza di 119 morti, l’equivalente di due stragi del sabato sera in Italia. Eppure, la mobilitazione generale fu tale da far credere alla gente che si fosse sull’orlo del baratro. Passiamo all’aviaria: isolata per la prima volta nel 1997, avrebbe dovuto produrre circa 150mila morti nel mondo all’inizio del decennio seguente. Il risultato, ancora una volta, fu decisamente diverso: poco più di 100 morti. A voler essere estremamente ottimistici, si potrebbe dire che gli strumenti preventivi impiegati dalle autorità sono stati molto efficaci, impedendo la diffusione di virus potenzialmente disastrosi.

L’influenza A/H1N1, o suina, ha finora prodotto nel mondo 5000 morti. Numeri allarmanti, certo, che devono far mantenere alta l’allerta agli organismi competenti. Ma ancora una volta essi impallidiscono se si pensa che, solo in Italia, ogni anno si verificano 9000 decessi per influenza stagionale. Eppure, non ricordo spot con un personaggio di fantasia che informassero la popolazione su come evitare l’influenza stagionale. D’altronde, quante pagine di quotidiano si possono riempire con un malessere che colpisce praticamente la totalità della popolazione e che viene vista, a volte, addirittura come un prezioso momento di stacco dal lavoro o dalla scuola? Appunto, nessuna.

A voler essere maliziosi, si potrebbe citare Goebbels quando sosteneva “ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Ecco, il ministro della propaganda nazista, che senz’altro di comunicazione ne capiva parecchio, ha centrato perfettamente il punto. Non è tanto quello che si dice, ma la reiterazione con cui lo si fa che rende una notizia una verità assoluta e la inserisce all’interno dell’agenda.

Ma, sostanzialmente, la domanda che molti si pongono è: “A chi conviene che si propaghi il panico tra la gente?”. Bella domanda. La risposta? È presto detto: le case farmaceutiche, business anti-ciclico per definizione, faranno registrare con ogni probabilità profitti compresi tra i 400 e i 900 milioni i uro derivanti dalla vendita dei vaccini contro l’influenza suina. Cifre significative in tempi difficili come quelli attuali.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario